domenica 17 settembre 2017

Favignana



Favignana è un'isola dell'Italia appartenente all'arcipelago delle isole Egadi, in Sicilia.

Principale isola delle Egadi, si trova a circa 7 km dalla costa occidentale della Sicilia, tra Trapani e Marsala, e fa parte del comune di Favignana.

Il nome di Favignana deriva dal latino favonius (favonio), termine con il quale i Romani indicavano il vento caldo ricadente proveniente da ovest. Il villaggio sorge intorno a un'insenatura naturale dove è strutturato il porto sulle cui sponde sono presenti gli edifici delle antiche tonnare Florio.

Le tradizionali architetture mediterranee dell'isola, caratterizzate da intonaci bianchi e finestre azzurre o verdi, sono, specialmente negli ultimi anni, oggetto di riscoperta e valorizzazione.

L'isola è ricoperta prevalentemente da macchia mediterranea costituita da arbusti cespugliosi e da boschi di pini mediterranei.

Favignana fa parte della riserva naturale delle isole Egadi istituita nel 1991.

L'isola è abbastanza brulla e ospita la tipica macchia mediterranea e la gariga. La vegetazione è quindi costituita da oleastro, lentisco, carrubo, Euphorbia dendroides e sommacco. Vi sono alcuni interessanti endemismi quali il cavolo marino (Brassica macrocarpa), il fiorrancio marittimo (Calendula maritima), la finocchiella di Boccone (Seseli bocconi).

Nell'area est dell'isola vi sono molti giardini detti ipogei, curati e coltivati all'interno delle cave di tufo ormai dismesse.

I più noti accessi al mare sull'isola di Favignana sono:


  • la spiaggia della Praia
  • Burrone (spiaggia sabbiosa)
  • Cala Azzurra (spiaggia con scogli)
  • Cala Rossa (scogliera)
  • Bue Marino (scogliera)
  • Cala Grande
  • Cala Ritunna
  • Grotta Perciata (scogliera)
  • Calamoni (scogliera e piccole spiagge)
  • Scivolo (scogliera)
  • La Praia
  • Punta longa
  • Preveto (ciottoli)
  • Marasolo (piccola spiaggia con scogli)

Monumenti:

Al centro del paese di Favignana sorge la chiesa settecentesca intitolata alla Madonna dell'Immacolata Concezione all'interno della quale è custodito un prezioso crocifisso ligneo del XVIII secolo e una statua marmorea raffigurante Sant'Antonio del XVII secolo.

Villa Florio è una palazzina neogotica, fatta costruire da Ignazio Florio dal 1876 al 1878 su progetto dell'architetto Giuseppe Damiani Almeyda. Oggi è di proprietà del comune e ospita l'info point turistico.

L'ex-stabilimento della tonnara di Favignana, non più in attività a causa del ridotto numero dei tonni pescati, restaurato tra il 2003 e il 2009. Attualmente il luogo è aperto al pubblico a pagamento e sono offerte visite guidate da ex operai dello stabilimento. All'interno è possibile trovare testimonianze video legate alla mattanza e alla tonnara, e inoltre filmati storici concessi dall'Istituto Luce. È sede di un Antiquarium, dove vi è una sala nella quale sono esposti reperti storici ritrovati nel mare delle isole Egadi.

Castello di S.Caterina
Il castello. Sulla cima del Monte Santa Caterina, alto 314 metri, sorge l'omonimo Forte costituito da una struttura dalla chiara impostazione architettonica militare. Edificato come torre di avvistamento nel IX secolo d.C., durante il regno di Ruggero d'Altavilla, nel 1081, fu ampliato e nel XV secolo, da Andrea Rizzo, Signore di Favignana, potenziato al fine di contrastare i frequenti attacchi saraceni. Successivamente, nel 1655, venne rimaneggiato fino ad essere destinato a prigione dai Borbone dal 1794 al 1860. Dopo svariati usi, venne reimpiegato durante il secondo conflitto mondiale e dotato di postazioni di artiglieria a difesa dell'isola. Adesso è in stato d'abbandono; si può raggiungere con una camminata su un sentiero a gradoni.

Sono appena tornato da una settimana di vacanza trascorsa su questa splendida isola, e se volete scrivermi per avere informazioni, sarò lieto di suggerirvi i luoghi più tipici da visitare (spiagge e ristoranti dove si può cenare divinamente) e luoghi da evitare (eh sì, purtroppo ho incontrato anche personaggi che non fanno onore a questa bellissima isola e al popolo siciliano).

Per informazioni: http://www.favignana.com/


lunedì 28 agosto 2017

Meeting di Rimini - Sabato 26 agosto



"Se non può mai mancare la collaborazione leale della Chiesa nella costruzione di una società migliore, essa non può non mantenere la propria "differenza" critica. La Chiesa non è una società umanitaria, se così fosse tradirebbe la propria natura e la propria missione. La differenza cristiana nasce dalla fedeltà a Cristo e al suo Vangelo, secondo lo stile dell'amore".

Sono le parole pronunciate da S. Em. Card. Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità, nell’intervento, introdotto da Emilia Guarnieri, presidente della Fondazione Meeting per l'amicizia fra i popoli. In riferimento al suo recente viaggio in Russia: «Ho sentito molto la presenza di Cristo e del Suo Spirito. Sono partito con qualche apprensione e timore, ma ho sentito la forza della preghiera con cui tanti mi accompagnavano, nella ricerca di una pace possibile e incontrando le autorità della Chiesa Ortodossa». I temi toccati dal cardinale sono numerosi: dal ruolo dei cristiani nella vita pubblica, agli effetti di nuove tecnologie e della globalizzazione, fino ai temi della violenza terroristica e alle questioni migratorie.

Oggi, «l'amore per il prossimo non può limitarsi ai rapporti tra singoli, ma bisogna che torni a realizzarsi nella responsabilità pubblica di ciascuno di noi, nei diversi settori sociali, politici e istituzionali», ha affermato il prelato. «Quando papa Francesco ha tematizzato il primato del tempo sullo spazio», ha indicato il pericolo di «spazi nuovi e incontrollati di potere», come «l’uso scorretto dei social media» e la creazione di una «similrealtà che ha effetti sociali reali, diversa o persino contrapposti alla realtà oggettiva. Qui torna per noi cristiani il tema della vita contemplativa».

Rispetto ai temi internazionali, Parolin ha spiegato che «è dove-roso mettere a punto schemi alternativi a una migrazione massiccia e incontrollata, che eviti disordini , infiltrazioni, disagi; giusto coinvolgere l'Europa e non solo essa; lungimirante affrontare il problema strutturale dello sviluppo dei popoli di provenienza dei migranti. Ma non dimentichiamo che sono nostri fratelli. Questo traccia una divisione netta tra coloro che riconoscono Dio nei poveri e nei bisognosi e coloro che non lo riconoscono».

Inoltre, riferendosi alle violenze terroristiche, ha affermato che quando le religioni «non intraprendono un percorso critico nei confronti delle parti più ambigue; quando non si distaccano o non si dissociano, condannando adeguatamente le efferatezze commesse in loro nome», accade che «la violenza, in nome di qualsiasi religione venga commessa, retroagisce negativamente su di essa e sui suoi fedeli». Perciò, «confondere la natura reale e multiforme dei conflitti con la loro giustificazione ideologico-religiosa significa produrre un cortocircuito che impedisce di riconoscere le diverse responsabilità storico­politiche, sociali, culturali». Infatti, «la paura attiene a uno smarrimento dovuto alla globalizzazione. Nessuno Stato-nazione moderno controlla più la propria economia nazionale. Perciò non sorprende la tendenza generale, nei Paesi autoritari, ma anche in molti leader e movimenti populisti, di destra e di sinistra, a declinare la sovranità nazionale nei termini di supremazia culturale, identità razziale, nazionalismo etnico», verso «una supposta sovranità culturale». E non è «immaginabile la riduzione dei problemi globali alla misura delle singole Nazioni. La globalizzazione va governata: realtà come gli Stati Uniti e l'Unione Europea hanno un ruolo e una responsabilità decisivi».

Per vedere l'incontro: https://youtu.be/3gDwP2boz6I

sabato 26 agosto 2017

Meeting di Rimini - Venerdì 25 agosto



Superbo l’incontro “Tra nichilismo e jihadismo: la sfida di ricostruire la civiltà nello spazio pubblico” con  Stefano Alberto, professore di teologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Brian Grim, presidente del Religious Freedom & Business Foundation, e Olivier Roy, joint chair RSCAS, chair in Mediterranean Studies all’EUI (European University Institute).

«Nichilismo e jihadismo sono parole che hanno effetti tangibili nella nostra quotidianità: gli eventi di Barcellona sono, purtroppo, gli ultimi di una lunga serie». È l’esordio di Alberto, che prosegue: «Entrambi i termini indicano la riduzione della vita a qualcosa di mostruoso: il nulla da una parte e la volenza dall’altra». Che cosa vuol dire tutto questo alla nostra società sempre più secolarizzata? Qual è la funzione della religione nello spazio pubblico? «Dobbiamo cercare di capire se la religione fa parte del problema o della sua soluzione».

A Grim spetta la presentazione sintetica delle prospettive in atto e dell’impatto che la libertà religiosa può avere sulla società civile. «Perché il marito della Vergine Maria, madre di Gesù, era un imprenditore? Ciascuno ha un compito, e quello di Giuseppe era proprio quello di provvedere a far crescere, con le sue risorse spirituali e umane la famiglia che gli era affidata». Ognuno di noi si impatta col mondo a partire proprio da quelle risorse e con quelle risponde a un compito. Il professore racconta, quindi, l’esperienza di un imprenditore dell’Indonesia: «Si è trovato in una realtà multireligiosa e debole dal punto di vista sociale: centinaia di bambini, figli dei suoi operai, non erano mai stati registrati all’anagrafe per le difficoltà derivanti dal disagio socio-culturale dei loro genitori». Questi non avevano i mezzi economici per accedere al matrimonio, perciò non erano nelle condizioni di «garantire uno stato civile ai propri figli». Quando se n’è accorto, l’imprenditore ha favorito momenti di matrimonio di massa: «È stato possibile introdurre uno spazio di civiltà». La seconda riflessione parte dalla domanda: «Avete mai pensato a come realizzare la parabola del buon samaritano?». Grim ha raccontato l’esperienza dell’associazione britannica Empowerment+Interfaith: un percorso di formazione in Launching Leaders con lo scopo di mettere in rapporto persone di religioni diverse, creando, di fatto, avvicinamento e dialogo. Entrambe le riflessioni sono state accompagnate da un video.

Roy propone al pubblico l’analisi del fenomeno “terrorismo”, che dal 1997 interessa l’Europa. «Lo studio dei profili dei giovani che hanno compiuto le numerose stragi delinea delle caratteristiche ricorrenti: sono stranieri di seconda generazione, usano lingue europee, la maggior parte non ha una formazione religiosa e nessuno ha mai militato in gruppi politici. Tutti hanno un passato di piccola delinquenza, sono immersi nella cultura europea, e molti sono coppie di fratelli. Tuttavia non ci sono padri: tutti sono orfani o abbandonati, o sono in rotta con le loro famiglie. Rifiutano di ricevere una cultura». Ancora più significativo è che essi «vivono la morte come parte del progetto terroristico, facendosi ammazzare dai poliziotti». Che cosa dice tutto questo alla nostra società contemporanea, profondamente secolarizzata? «La santa ignoranza», risponde il relatore, «è il concetto con cui io tento di descrivere due cose. Da una parte, “la svalutazione della cultura” da parte di chi vive la fede: per molti nuovi credenti la cultura non esiste che sotto forma di paganesimo. Dall’altra i non credenti non sono anticlericali, semplicemente non capiscono come si possa essere credenti e sono del tutto indifferenti». E non esiste una “zona grigia” tra credenti e no. Chi crede deve esprimere il suo credo nello spazio privato. Che cosa fare? La società civile deve lottare contro questo nichilismo. Riaprire uno spazio di spiritualità sia per chi crede, sia per i giovani che hanno bisogno di assoluto. «Per esempio sarebbe opportuno», conclude Roy, «creare delle facoltà teologiche sia cristiane, sia islamiche, fisicamente vicine, non per creare integrazione, ma per vivere la stessa esigenza critica dell’esegesi».

Per vedere l'incontro: https://youtu.be/rHulbnlJvnw

venerdì 25 agosto 2017

Meeting di Rimini - Giovedì 24 agosto




Attualissimo l'incontro dal titolo:  “La giustizia riparativa. Prospettive”. Marta Cartabia, vice presidente della Corte Costituzionale Italiana, introduce gli ospiti della tavola rotonda: la spagnola Carmen Velasco, notaia e mediatrice; il giornalista e scrittore Francesco Occhetta e Valdeci Antônio Ferreira, missionario laico comboniano, direttore generale di FBAC (Fraternidade Brasileira de Assistência aos Condenados).

Cartabia esordisce: «Che cosa significa fare giustizia? Quella amministrata nei tribunali deriva da un lunghissimo cammino di civiltà». Partendo dal mito greco di Oreste, la giurista illustra il percorso umano che ha portato alla nostra concezione di giustizia, garantita dal giudizio imparziale di un soggetto terzo: «Eppure anche in questo ambito qualcosa rimane incompiuto. L’esigenza di un punto di verità nuovo porta direttamente all’impegno di questa mattina».

Velasco racconta al pubblico l’esperienza di «esercizio della professione» che negli ultimi anni ha iniziato a fare: «In qualità di mediatrice nella soluzione dei conflitti, mi sono impattata con la vita di molte persone che, in forte difficoltà a mantenere impegni finanziari stabiliti con le banche, venivano da me con la vergogna della propria situazione. Per me ha voluto dire cambiare il mio modo di lavorare». Ne è derivato un “metodo” che parte dal guardare innanzitutto la persona e il suo bisogno. Di conseguenza la ricerca di soluzioni nuove: rate di mutuo graduali e proporzionate alle entrate della famiglia, o non obbligatorie, affitti minimi: «In queste soluzioni sono entrate sia le banche, sia il comune di Madrid».

Occhetta sviluppa una riflessione in merito alla differenza tra giustizia retributiva e riparativa. «La seconda non significa permissivismo, anzi. Si tratta di un percorso molto arduo e rischioso, ma di certo possibile». Là dove il tentativo è in atto, la diminuzione della recidiva è evidente. La giustizia riparativa trova fondamento nella tradizione biblica: «Nella relazione tra l’uomo è Dio, c’è sempre lo spazio del riconoscimento dell’errore. Nel perdono di Dio, essenza della sua bontà, c’è sempre un ricominciare in modo diverso». Quella che in Europa è una raccomandazione fin dal 1999 comin-cia a trovare esperienze in atto: a Nisida, i genitori di ragazzi vittime della camorra.

Ferreira torna a raccontare al Meeting la sua esperienza con APAC, il modello di carceri senza sbarre né guardie e dove si tocca con mano quanto la cura e il rispetto della dignità della persona possano superare ogni tipo di resistenza e barriere, anche dove i condannati scontano pene pesanti. Il direttore precisa: «Amore, fiducia e disciplina sono i principi che regolano la vita nelle nostre carceri, che presentano tassi di recidiva decisamente ridotti». La realtà delle carceri dell’APAC trova diversi ostacoli nel contesto socio-politico del Brasile: «Il problema carcerario presenta sfaccettature che hanno anche a che vedere con interessi economici».

Per vedere il video: https://youtu.be/qrId6Yy-CUU

giovedì 24 agosto 2017

Meeting di Rimini - Mercoledì 23 agosto




Interessante incontro ieri dal titolo “Al di là dei muri” con S. Ecc. Mons. Silvano Maria Tomasi, nunzio apostolico e membro del Dicastero Servizio per lo Sviluppo Umano Integrale, Paolo Magri, vice presidente esecutivo e direttore di ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale), Giampaolo Silvestri, segretario generale fondazione AVSI, Alejandro Marius, presidente dell’Asociación Civil Trabajo y Persona, giovane venezuelano e Rosemary Nyirumbe, missionaria in Uganda.

«Negli anni di servizio diplomatico ho visto come si può lavorare assieme, per i diritti umani, negoziando situazioni difficili per evitare conflitti sanguinosi e creando le premesse per uno sviluppo equo nei paesi più poveri. Su questi temi ci si può trovare assieme e convergere, anche su progetti operativi molto efficaci. Ma poi si arriva a un punto dove il cammino si interrompe». Sono le parole con cui S. Ecc. Mons. Silvano Maria Tomasi è intervenuto nel corso dell’incontro.

«È il momento in cui si mette sul tavolo la possibilità di un discorso religioso», ha spiegato il prelato. «Allora ci si chiede: questo muro psicologico è un falso pudore che blocca il coraggio di affrontare le intuizioni più profonde della persona? È una cattiva volontà di non affrontare i valori ultimi che diano significato alla nostra vita? E infine: questo muro è valicabile?».

All’intervento di mons. Tomasi si è unito quello di Paolo Magri, che ha dapprima parlato del muro che il presidente Trump vorrebbe costruire al confine il Messico, «non solo una barriera fisica tra due paesi partner», ma «il cardine di una strategia e di un messaggio politico». Difatti, ha spiegato Magri, «ci sono anche muri intangibili, come quello interno alla società americana, quelli ricostruiti con l’Iran o anche con Cuba, o quelli annunciati del commercio internazionale». Ma «ci sono molte resistenze e dubbi negli Stati Uniti sulla sua utilità, sulle sue conseguenze politiche – fra poco si voterà in Messico – e sui costi». Magri ha poi spiegato che teme anche «il muro che stiamo costruendo verso l’islam dopo la caduta delle Torri Gemelle. L’attenzione che fa il Papa a utilizzare le parole come “islam” e “terrorismo” è più che significativa». Concludendo: «Io non sono ottimista nella nostra capacità di gestire i conflitti di breve periodo, ma ho speranze sul tema dello sviluppo, il cui dibattito, per motivi utilitaristici, è entrato nelle stanze importanti dei governi».

Giampaolo Silvestri ha commentato dicendo che «la questione dello sviluppo non ha senso se non tocca personalmente chi lo promuove, e il cambiamento della persona». Anche se «è evidente che non ce la possiamo fare da soli: devono nascere collaborazioni, la possibilità di lavorare insieme partendo da un desiderio e dalle persone».

Alejandro Marius ha raccontato che il suo muro è «la paura, quella per i suoi figli, a volte di non poter trovare loro le medicine, o il non avere la libertà di dire quello che si pensa veramente. Caracas è la città più pericolosa al mondo, l’anno scorso ha avuto 28mila morti, negli ultimi cinque anni 150mila morti e omicidi, più di 8 anni di guerra di Iraq».

Rosemary Nyirumbe ha infine affermato: «Vedo nel muro qualcosa di difficile da sormontare. Da dove vengo viviamo in capanne rotonde e non c’è necessità di proteggersi, gli altri li vogliamo». Ma «la gente muore in Africa. Abbiamo visto grandi nazioni crollare. E nessuno può costruire un muro, se non Dio».

Per vedere l'incontro: https://youtu.be/i_DoeJm9Qu0

mercoledì 23 agosto 2017

Meeting di Rimini - Martedì 22 agosto

Padre Pizzaballa

Incontro da non perdere quello con Padre Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme, chiamato ad approfondire il titolo del Meeting di quest’anno, “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”.

Pizzaballa ha definito la nostra epoca come «il tempo della post-verità», in cui non c’è posto per Dio, così che l’idea di uomo e del mondo sono cambiate radicalmente. Ha poi individuato un cambiamento nella nostra realtà di Chiesa, in un periodo post-cristiano, conseguenza del fatto che non vi è più stata trasmissione della fede nelle famiglie. Per risanare questo cambiamento, che vede protagonista non soltanto l’Europa, ma anche il Medio Oriente, Pizzaballa ha individuato alcuni punti fondamentali. «Il primo è di riappropriarsi della tradizione, con uno spirito cristiano. Ciò che infatti abbiamo ricevuto dai nostri padri nella fede è nulla di meno che la verità sull’uomo e la storia. Per possedere tale eredita è necessario che essa sia compresa e poi comunicata attraverso un linguaggio nuovo». Nel richiamare i numerosi riferimenti biblici che emergono dalle parole del titolo del Meeting, Pizzaballa ne ha sottolineata una fondamentale, che rischia di rimanere oscurata: il “tu”. «Un “tu” che per essere un buon erede deve innanzi tutto divenire adulto nella fede e nella vita sociale». Spostandosi poi sulla parola “eredità”, ha specificato quanto questa nel linguaggio biblico non sia soltanto un passaggio giuridico, bensì un dono stabile, che non può essere perso e di cui il Signore è il solo proprietario. Ma per entrare in contatto con l’eredità il primo passo è la memoria, «non una memoria inquinata, ma la memoria del dono di cui solo Dio è autore, di ciò che ci fa vivere».
Guadagnare l’eredità dei padri significa entrare in possesso dell’unica cosa che è già nostra. E’ però compito di chi eredita accoglierla e personalizzarla. In tal senso il vescovo ha presentato due parabole del Vangelo (quella dei talenti e del tesoro e della perla preziosa), le quali esprimono il significato profondo di possedere e personalizzare: queste, infatti, sottolineano che chi possiede l’eredità ha necessariamente il compito di mettersi in gioco, correndo magari il rischio di perdere tutto. Così facendo, non solo si ricevono gli elogi del padrone, ma si entra a far parte della Sua gioia e quindi della Sua vita.

Secondo Pizzaballa, oggi si rifiuta quello che abbiamo ricevuto, «considerandolo un fardello pesante», op-pure ci si difende «dalle istanze della modernità, richiamandoci nostalgicamente alla tradizione». Contro il «delirio della contemporaneità, che ci vuole genitori di noi stessi, dobbiamo far memoria di una promessa ricevuta e trasmessa dai padri, perché una società dimentica dei padri è una società di orfani, non di figli». Ma che cosa riceviamo da questa “promessa che ci precede”?. Qual è il cuore di questa eredità? Pizzaballa dà una risposta che è la chiave del suo intervento: «Quello che conta è la trasmissione del desiderio da una generazione all’altra. Fare memoria, dunque», ha incalzato, «non per nostalgia ma per risvegliare il desiderio. È il modo con il quale i nostri padri hanno testimoniato che si può vivere con slancio, con soddisfazione». E bisogna trovare i modi per comunicare tale bellezza, «perché l’uomo contemporaneo, inconsapevolmente, sta attendendo tale “buona notizia”, che lo rivela a sè stesso».

I cristiani debbono chiedersi se il loro “fare memoria” attinge al desiderio dei padri, «che può fare di loro i protagonisti della costruzione del Nuovo Mondo a cui appartengono, investendo i talenti che hanno ricevuto in dono, senza sentirsi perduti perché il vecchio mondo si sta esaurendo». Al riguardo, il personaggio esemplare è stato san Benedetto: nel VI secolo, davanti ad un impero in disfacimento, si è ritirato in vita eremitica e ha creato un movimento che ha riplasmato il mondo antico con la sua testimonianza. «Chiunque guardava a san Benedetto e ai suoi monaci», ha sottolineato il vescovo, «vedeva riflesso in loro il desiderio infinito di amore e di bellezza che ogni uomo ha nel cuore, ma che solo l’incontro con dei testimoni sa disseppellire».

Solo un adulto, però, «è capace di ricevere, elaborare e investire. Questa grande operazione di personalizzare l’eredità ricevuta», ha spiegato il vescovo, «passa per i piccoli eventi che accadono nella vita. Spesso si perde tempo in attesa di grandi occasioni, ma la differenza non sta nell’entità dell’evento, quanto nel giocarsi in esso con la consapevolezza che ti stai giocando la vita, senza aver paura di perdere gli affetti, la dignità, il lavoro, la vita». La paura di perdere il “talento” ci fa smarrire il vero tesoro, troppo spesso identificato «in una eredità di valori sublimi, di buona etica; quando invece la nostra eredità è la Pasqua, della quale noi e il mondo abbiamo sete». Ma da cosa si capisce che stiamo vivendo per il tesoro giusto? «Il segno è la gioia, la gioia di chi ha trovato la perla preziosa e allora va e vende tutto».

Monsignor Pizzaballa ha poi fatto riferimento alla sua esperienza di vescovo in Medio Oriente, dove le co-munità cristiane sono ridotte al lumicino e i pochi cristiani rimasti sono sul punto di andarsene anche loro. In questo clima, un giovane cristiano palestinese, che ha studiato in Europa, lo ha colpito per quello che gli ha detto: «Legare la nostra speranza e il nostro futuro a soluzioni politiche o sociali creerà solo frustrazione. Ciò che salverà il cristianesimo sarà il radicamento in Cristo». I cristiani sono chiamati ad evangelizzare e a testimoniare il bello, il buono e il vero che c’è nel Vangelo e nella Tradizione, senza lamentarsi per quello che è stato perduto. «Bisogna essere capaci di un annuncio comprensibile e attraente. Non serve parlare di valori cristiani senza dire che Cristo è ciò che di meglio si può incontrare. Niente muri che separano perché non c’è nulla che non possa essere valorizzato dall’esperienza del Vangelo».

Per vedere il filmato dell'incontro: https://youtu.be/JFRqzp8u2ic