giovedì 31 ottobre 2013

Per un punto Martin perse la cappa!

Uno pro puncto caruit Martinus Asello (letteralmente "Per un unico punto Martino perse Asello") è la frase latina corrispondente ad un modo di dire molto diffuso nella lingua italiana e radicato nella memoria orale: Per un punto Martin perse la cappa. La frase, quasi proverbiale, vuole significare che un errore riguardante un particolare apparentemente di scarsa importanza comporta talvolta conseguenze disastrose. Nella locuzione in italiano la "cappa" cui ci si riferisce è una sorta di mantello, simbolo della carica di priore di un monastero, perdere la quale significa rimozione dalla carica o mancato conseguimento della stessa.

Espressione usata in modo ironico come ammonimento anche in ambito matematico, dove i punti, pur così minuscoli, possono cambiare a seconda della loro posizione il significato di una espressione; di conseguenza bisogna stare attenti al loro posizionamento e non distrarsi come Martino.




mercoledì 30 ottobre 2013

Piazza Ducale di Vigevano

Una delle Piazze più belle d'Italia: Piazza Ducale a Vigevano è una vasta piazza in stile rinascimentale. La sua costruzione iniziò nel 1492 per volere Ludovico il Moro come anticamera del castello ormai trasformato in palazzo ducale, e fu ultimata nel 1494.

Lunga 138 metri e larga 46, è edificata su tre lati (il quarto è occupato dalla Chiesa Cattedrale di Sant'Ambrogio) con edifici omogenei con facciata e portici uniformi a contorno di un forum che ricalca il modello romano descritto da Vitruvio.

In origine la zona era caratterizzata da una larga strada contornata dagli edifici in gran parte porticati, tra cui quello del Comune, frutto dell’espansione trecentesca sviluppatasi a nord del promontorio fortificato dell’antico borgo scomparso con le trasformazioni viscontee e sforzesche che hanno portato alla realizzazione dell'attuale "castello". Al borgo e al primitivo castello annesso, situati in posizione sopraelevata, si accedeva per mezzo di una rampa o forse di una scalinata posta in corrispondenza dell'attuale torre che funge da ingresso al castello.

La nuova piazza venne realizzata sotto la direzione dell'ingegnere ducale Ambrogio da Corte con la demolizione delle case situate verso la scarpata su cui sorge il castello e il riuso degli edifici a nord e ad ovest, allineandoli con il rifacimento delle facciate. La realizzazione sforzesca aveva il lato sud interrotto, in corrispondenza con la torre, da un’ampia rampa di collegamento tra la piazza e il castello; il lato ovest si prolungava fino alla scarpata del castello (alcune arcate con le colonne originali si trovano inserite nel caffè Commercio) ed era diviso in due parti unite da un arco trionfale posto all’imbocco della via del Popolo, mentre sul lato nord, in corrispondenza dell'aggancio con quello ovest, proprio di fronte alla rampa, si apriva un arco trionfale a tre fornici corrispondente all'imbocco di via Giorgio Silva. Le facciate si presentavano totalmente decorate con affreschi.

La forma attuale è frutto dell’intervento del 1680, realizzato dal vescovo Juan Caramuel y Lobkowitz, in cui viene demolita la rampa e costruito uno scalone inserito nel completamento del tratto mancante del lato sud, parte del lato ovest (verso il castello) viene inglobato nel corpo sud. L’assetto della piazza viene definitivamente modificato dal Caramuel con la costruzione della nuova facciata della cattedrale: una facciata concava, addossata alla chiesa come una quinta teatrale, che abbraccia e accoglie il recinto della piazza ribaltando il rapporto sforzesco piazza-castello trasformandolo in piazza-chiesa.

In epoca sconosciuta, forse nella metà del XVIII secolo, si sostituiscono gli archi trionfali, completando il ritmo delle arcate, con nuove colonne di materiale e fattura diversa da quelle quattrocentesche. Nella prima metà del Settecento gli occupanti austriaci collocano una statua di San Giovanni Nepomuceno, che ancora oggi caratterizza il lato occidentale della piazza.

La pavimentazione con ciottoli e lastre di serizzo risale alla metà dell’Ottocento, quando viene sostituita anche la pavimentazione dei portici, originariamente in mattoni a spina di pesce, con quella attuale. Nel 1911, ad opera dell'architetto Moretti, viene realizzato il disegno con ciottoli bianchi e inseriti i lampioni. Tra il 1905 e il 1910 viene realizzato un ampio restauro che riporta alla luce i lacerti degli affreschi sforzeschi, nascosti dalle pitture settecentesche, a opera del pittore vigevanese Casimiro Ottone, che integra i lacerti con una nuova decorazione pittorica in stile rinascimentale; durante i lavori si rifanno i tetti con la realizzazione degli eclettici camini e vengono installati i lampioni attuali. In occasione del 500° della sua costruzione, tra il 1992 e il 1996, viene eseguita la ripittura della decorazione di inizio secolo e il restauro di ciò che resta degli affreschi sforzeschi originari.

Attualmente la piazza è meta di incontro e ritrovo, certamente la preferita dei vigevanesi, e il principale punto di riferimento per i turisti. Accoglie negozi di vario tipo e anche la fermata del trenino turistico della città.




martedì 29 ottobre 2013

Pinacoteca di Brera di Milano

La Pinacoteca di Brera è una galleria nazionale d'arte antica e moderna, collocata nell'omonimo palazzo di Milano.

Il museo espone una delle più celebri raccolte in Italia di pittura, specializzata in pittura veneta e lombarda, con importanti pezzi di altre scuole. Inoltre, grazie a donazioni, propone un percorso espositivo che spazia dalla preistoria all'arte contemporanea, con capolavori di artisti del XX secolo.

La Pinacoteca ha sede nel grande palazzo di Brera, che ospita anche altre istituzioni: la Biblioteca Nazionale Braidense, l'osservatorio di Brera, l'Orto Botanico, l'Istituto Lombardo di Scienze e Lettere e l'Accademia di Belle Arti. L'edificio era stato costruito nell'antica, incolta terra "braida" (parola che nella bassa latinità aveva il significato di campo suburbano), da cui ebbe il nome Brera, il Palazzo quanto il quartiere. Il palazzo si apre su un cortile circondato da un elegante porticato, al centro è situato il Monumento a Napoleone I ideato da Antonio Canova.

Sorge su un antico convento dell'ordine degli Umiliati, una delle più potenti associazioni religiose del milanese. Fu nel 1571, che con la Bolla Papale di Gregorio XIII, si abolì l'ordine degli Umiliati, storici fabbricanti di lana, assegnando così l'antica prepositura di Brera alle "attente mani" dei Gesuiti, che ne fecero un centro di studi, dandogli il nome di Università. Si impose la necessità di costruire un nuovo e più ampio edificio, i cui lavori iniziarono nel 1591, e affidati nel 1615 ad un grande architetto del tempo in Lombardia: Francesco Maria Richini. Ma nel 1630 a causa della pestilenza, i lavori cominciarono a rallentare. Il progetto venne approvato solo nel 1691.

L'opera proseguì, passando al figlio dello stesso architetto a Gerolamo Quadrio e a Pietro Giorgio Rossone. Soppressa la Compagnia di Gesù, l'edificio fu completato nel 1776 da Giuseppe Piermarini.

Nel 1773 l'ordine dei Gesuiti fu soppresso e il palazzo passò al Governo. Maria Teresa d'Austria lo adibì a sede delle Scuole Palatine, vi collocò la biblioteca e decise di ampliare l'Orto Botanico. Fondò inoltre nel 1776 l'Accademia, dotandola di un contributo annuo di £ 10.000 provenienti dai soppressi beni ecclesiastici.

Per chi passasse qualche giorno a Milano, un appuntamento da non perdere: la Pinacoteca di Brera (http://www.brera.beniculturali.it/)



Dama con l'ermellino - 1483 - Leonardo da Vinci

lunedì 28 ottobre 2013

Storia d'Italia - Gli Etruschi e i Greci

L'influenza degli antichi Greci sugli Etruschi determinò una fase storico-culturale definita "orientalizzante" (VIII secolo a.C.), seguita da quelle dette - in analogia con le fasi della storia greca - "classica" ed "Ellenismo!ellenistica". I contatti avvennero soprattutto attraverso la Magna Grecia, cioè le colonie greche nell'odierna Italia meridionale.

La ceramica fu oggetto sia di scambi diretti di vasellame tra Etruschi e Greci, sia di esportazioni di tecniche produttive e artistiche, con un miglioramento della tecnologia etrusca nei torni e nei forni. Gli scambi culturali interessarono anche la religione, con forme di reinterpretazione delle divinità tradizionali etrusche in modo da farle corrispondere a presunte equivalenti greche (Tinia/Zeus, Uni/Era, Aita/Ade, ecc.)

L'apogeo dell'espansione etrusca fu toccato a metà del VI secolo a.C.; nella battaglia di Alalia del 540 a.C. sconfissero, assieme ai Cartaginesi, i Focesi di Marsiglia. In quest'occasione i prigionieri Focesi vennero lapidati dagli etruschi di Caere.

In questo periodo, gli Etruschi riuscirono a stabilire la loro egemonia su tutta la penisola italica, sul Mar Tirreno e, grazie all'alleanza con Cartagine, sul Mediterraneo Occidentale. 5 . CONTINUA.




domenica 27 ottobre 2013

Giornata della Famiglia

A Roma, in Piazza San Pietro, davanti a Papa Francesco, il 26 e 27 ottobre si sono svolte le giornate dedicate alla famiglia, nell'ambito dell'Anno della Fede.

Riportiamo un brano del discorso del Papa che ha rivolto alle famiglie presenti nel pomeriggio del 26 ottobre a Piazza San Pietro: 

" La seconda parola la prendo dal rito del Matrimonio. Chi si sposa nel Sacramento dice: «Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita». Gli sposi in quel momento non sanno cosa accadrà, non sanno quali gioie e quali dolori li attendono. Partono, come Abramo, si mettono in cammino insieme. E questo è il matrimonio! Partire e camminare insieme, mano nella mano, affidandosi alla grande mano del Signore. Mano nella mano, sempre e per tutta la vita! E non fare caso a questa cultura del provvisorio, che ci taglia la vita a pezzi!

Con questa fiducia nella fedeltà di Dio si affronta tutto, senza paura, con responsabilità. Gli sposi cristiani non sono ingenui, conoscono i problemi e i pericoli della vita. Ma non hanno paura di assumersi la loro responsabilità, davanti a Dio e alla società. Senza scappare, senza isolarsi, senza rinunciare alla missione di formare una famiglia e di mettere al mondo dei figli. - Ma oggi, Padre, è difficile… -. Certo, è difficile. Per questo ci vuole la grazia, la grazia che ci dà il Sacramento! I Sacramenti non servono a decorare la vita - ma che bel matrimonio, che bella cerimonia, che bella festa!… - Ma quello non è il Sacramento, quella non è la grazia del Sacramento. Quella è una decorazione! E la grazia non è per decorare la vita, è per farci forti nella vita, per farci coraggiosi, per poter andare avanti! Senza isolarsi, sempre insieme. I cristiani si sposano nel Sacramento perché sono consapevoli di averne bisogno! Ne hanno bisogno per essere uniti tra loro e per compiere la missione di genitori. "Nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia". Così dicono gli sposi nel Sacramento e nel loro Matrimonio pregano insieme e con la comunità. Perché? Perché si usa fare così? No! Lo fanno perché ne hanno bisogno, per il lungo viaggio che devono fare insieme: un lungo viaggio che non è a pezzi, dura tutta la vita! E hanno bisogno dell’aiuto di Gesù, per camminare insieme con fiducia, per accogliersi l’un l’altro ogni giorno, e perdonarsi ogni giorno! E questo è importante! Nelle famiglie sapersi perdonare, perché tutti noi abbiamo difetti, tutti! Talvolta facciamo cose che non sono buone e fanno male agli altri. Avere il coraggio di chiedere scusa, quando in famiglia sbagliamo…

Alcune settimane fa, in questa piazza, ho detto che per portare avanti una famiglia è necessario usare tre parole. Voglio ripeterlo. Tre parole: permesso, grazie, scusa. Tre parole chiave! Chiediamo permesso per non essere invadenti in famiglia. "Posso fare questo? Ti piace che faccia questo?". Col linguaggio del chiedere permesso. Diciamo grazie, grazie per l’amore! Ma dimmi, quante volte al giorno tu dici grazie a tua moglie, e tu a tuo marito? Quanti giorni passano senza dire questa parola, grazie! E l’ultima: scusa. Tutti sbagliamo e alle volte qualcuno si offende nella famiglia e nel matrimonio, e alcune volte - io dico - volano i piatti, si dicono parole forti, ma sentite questo consiglio: non finire la giornata senza fare la pace. La pace si rifà ogni giorno in famiglia! "Scusatemi", ecco, e si rincomincia di nuovo. Permesso, grazie, scusa! Lo diciamo insieme? (rispondono: "Sì!") Permesso, grazie e scusa! Facciamo queste tre parole in famiglia! Perdonarsi ogni giorno!

Nella vita la famiglia sperimenta tanti momenti belli: il riposo, il pranzo insieme, l’uscita nel parco o in campagna, la visita ai nonni, la visita a una persona malata… Ma se manca l’amore manca la gioia, manca la festa, e l’amore ce lo dona sempre Gesù: Lui è la fonte inesauribile. Lì Lui, nel Sacramento, ci dà la sua Parola e ci dà il Pane della vita, perché la nostra gioia sia piena".




sabato 26 ottobre 2013

Storia d'Italia - I primi insediamenti Etruschi

Nel IX secolo a.C. nelle aree caratterizzate dalla civiltà villanoviana si registra la marcata tendenza delle popolazioni ad abbandonare gli altopiani, sui quali si erano stanziate nel periodo protovillanoviano (XII secolo-X secolo a.C.), per spostarsi su pianori e colline sui quali sorgeranno le principali città etrusche, dando vita a centri di maggiori dimensioni. 

Tale radicale cambiamento risponde ad esigenze prettamente economiche legate al più razionale sfruttamento delle risorse agricole e minerarie ed alla scelta di collocarsi in prossimità di vie di comunicazione naturali e di approdi fluviali, lacustri e marittimi per ragioni di natura commerciale.

Dagli scavi effettuati il territorio appare diviso in vasti comprensori articolati in gruppi di villaggi ravvicinati tra di loro, ma con necropoli distinte.

Per la ricostruzione delle abitazioni, realizzate con materiali deperibili (legno ed argilla), ci si può avvalere di un numero piuttosto limitato di rinvenimenti di superficie (come fondamenta, fori per i pali di sostegno e canalette di fondazione) e dei modellini rappresentati dalle urne conformate a capanna. Le capanne avevano pianta ellittica, circolare, rettangolare, o quadrata di dimensioni molto varie a prescindere dalla forma. Le abitazioni erano di solito sostenute da pali inseriti all'interno del perimetro per il sostegno del tetto ed all'esterno per le pareti. Vi erano però anche abitazioni molto incassate nel terreno e il cui tetto poggiava su un argine di terra e sassi. Alcune capanne mostrano anche una ripartizione interna. Il focolare di solito era collocato al centro. Il tetto poteva essere a quattro falde o a doppio spiovente. Le abitazioni, inoltre, avevano una porta sul lato più corto, abbaini sul tetto per l'uscita del fumo e talvolta anche finestre.

Per quanto riguarda l'organizzazione interna dei villaggi, si è osservato che le capanne sono distanziate le une dalle altre da spazi vuoti in misura variabile, probabilmente utilizzati per le attività agricole. Si è poi ipotizzato che le capanne quadrangolari avessero funzione abitativa, mentre quelle di forma rettangolare od ovale venissero utilizzate come stalle e magazzini. Peraltro l'impossibilità di accertare la contemporaneità dell'uso delle varie strutture non consente di confermare o smentire l'ipotesi. Si può semmai affermare che le strutture che non presentano il focolare potrebbero essere interpretate come aventi funzione diversa da quella abitativa.

Gli scavi non hanno portato alla luce segni che consentano di individuare fortificazioni. Infine, le necropoli sono state rinvenute in aree limitrofe a quelle dei singoli villaggi.

A partire dagli inizi dell'VIII secolo a.C. si colgono gradualmente i segni di una differenziazione sociale che porteranno alla nascita delle aristocrazie. Si rinvengono deposizioni, sia ad incinerazione che ad inumazione (rito, quest'ultimo, che, specialmente nell'Etruria meridionale, va sempre più affermandosi accanto a quello crematorio), che si distinguono per la ricchezza dei corredi maschili e femminili. Alcune deposizioni si segnalano, infatti, per l'aumento degli ornamenti personali e per la qualità e/o per le cospicue quantità di vasellame fittile e bronzeo. 

Gli oggetti in argomento inoltre comprovano scambi tra comunità villanoviane ed anche tra villanoviani e comunità di diversa cultura. Oltre ad oggetti di provenienza laziale, daunia, enotria e sarda si distinguono attestazioni greche ed orientali (Siria, Fenicia, Egitto). I corredi delle tombe ad inumazione, di solito, sono più cospicui di quelli delle deposizioni ad incinerazione. Aumentano in misura rilevante le urne conformate a capanna. 4. CONTINUA


Dettaglio del complesso Sacro Termale Etrusco di Sasso Pisano


venerdì 25 ottobre 2013

Ascoli Piceno

Ascoli Piceno (Asculum Picenum in latino; Ašcùlë in dialetto ascolano) è un comune italiano, capoluogo della omonima provincia nelle Marche, il quarto in regione per popolazione dopo Ancona, Pesaro e Fano.

Ascoli Piceno è una delle città monumentali d'Italia: il suo centro storico è costruito in travertino, una roccia sedimentaria calcarea estratta dalle cave del territorio, ed ha come fulcro la rinascimentale piazza del Popolo dove si trovano alcuni degli edifici più importanti tra i quali il palazzo dei Capitani, lo storico Caffè Meletti e la chiesa di San Francesco.

Altro fulcro cittadino è lo spazio urbano di piazza Arringo, la piazza più antica di Ascoli, dove si elevano il medioevale battistero di San Giovanni, la cattedrale di Sant'Emidio, che racchiude al suo interno la cripta dedicata anch'essa al santo patrono. Vi sono inoltre il palazzo Vescovile, il palazzo dell'Arengo, sede della pinacoteca civica e di alcuni uffici comunali.

Non solo le piazze, ma anche le strade ed i vicoli di impronta schiettamente medievale contribuiscono a caratterizzare il centro storico come via Pretoriana, via di Solestà, via delle Stelle, via Soderini, via del Trivio, antico cardo e corso Mazzini, decumanus maximus, che attraversa da ovest ad est il centro urbano.

Tra i monumenti sono da ricordare: il ponte Romano di Solestà, uno dei pochi in Italia, visitabili anche al suo interno, le rovine del teatro romano, le grotte dell'Annunziata, ciclopica costruzione del periodo romano, la Fortezza Pia ed il Forte Malatesta, il palazzetto Longobardo con la torre degli Ercolani, una delle torri superstiti tra le circa duecento che compaiono nelle cronache medioevali, per il quale Ascoli ha il soprannome di Città delle cento torri.

Meritevoli di essere citati sono anche i tempietti dedicati al patrono quali: Sant'Emidio alle Grotte e Sant'Emidio Rosso ed inoltre la chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio dalla caratteristica facciata suddivisa in riquadri.

Nelle vicinanze della città si trova la rocca di Castel Trosino, antichissimo insediamento longobardo a strapiombo sul torrente Castellano, in cui alla fine del XIX secolo fu rinvenuta una delle più ricche necropoli d'Italia, i cui preziosi reperti sono ora sparsi in diversi musei in tutto il mondo.

Percorrendo da Ascoli la Salaria in direzione Roma, s'incontra il monumentale albero del Piccioni menzionato per la prima volta in un documento del 1109 e legato, tra storia e leggenda, alla vita cittadina e alle vicissitudini del brigantaggio anti unitario.




giovedì 24 ottobre 2013

Il Torrazzo di Cremona

Per il prossimo week end italiano vi suggeriamo una gita a Cremona, in Lombardia. 

Il Torrazzo di Cremona, situato accanto al duomo di Cremona, è il simbolo della città lombarda. Si tratta del campanile storico più alto d'Italia.

Da una lapide murata alla base del Torrazzo di Cremona si legge quella che per molto tempo è stata ritenuta l'altezza del medesimo (250 braccia e due once cremonesi, che corrispondono a circa 110 metri). Secondo misurazioni successive l'altezza è risultata pari a 112 m. I gradini del Torrazzo sono 502.

Scavi archeologici condotti agli inizi degli anni ottanta del Novecento hanno dimostrato la presenza di strutture sottostanti la torre, da ricollegare a un'area cimiteriale posta nei pressi dell'antica cattedrale o a strutture romane antecedenti. La tradizione popolare vuole la sua prima edificazione nel 754. Si sono comunque distinte quattro fasi nello sviluppo della costruzione della torre: una prima, risalente al terzo decennio del XIII secolo, fino alla terza cornice marcapiano; una seconda al 1250-1267, fino al cornicione sottostante la quadrifora; una terza, verso il 1284, come raccordo per la quarta fase, rappresentata dalla guglia marmorea (ghirlanda) terminata entro il 1309.

Nel Torrazzo, al quarto piano, è stato in seguito incastonato uno degli orologi astronomici più grandi del mondo. Costruito da Francesco e Giovan Battista Divizioli (padre e figlio) tra gli anni 1583-1588, l'orologio rappresenta la volta celeste con le costellazioni zodiacali attraversate dal moto del Sole e della Luna.

Dal Torrazzo di Cremona ha preso nome il dolce originario e tipico della città lombarda, il torrone.

Dal 24 al 27 ottobre chi sarà a Cremona potrà anche visitare la 68° Fiera Internazionale del Bovino da Latte, una delle più importanti Fiere internazionali del settore (http://www.bovinodalatte.it/).




mercoledì 23 ottobre 2013

Il Vermentino

Il Vermentino è un vitigno semi-aromatico.

Le sue origini non sono chiare: per alcuni è originario del nordest della Spagna in Aragona ma la varietà non sembra essere più coltivata in quella che dovrebbe essere la sua terra nativa; per altri sempre in Spagna era noto come Listan d'Andalusia. Secondo altri ancora sarebbe nativo del Portogallo (dove è conosciuto con il nome di "codega") o dell'isola di Madera, considerate le numerose affinità (ricchezza del colore e di estratto) con la locale malvasia. Dalla penisola iberica si sarebbe poi diffuso prima in Francia - Grosse Clarette, Malvois d'Espagne, Piccabon, Languedoc-Roussillon - poi in Liguria dove prese il nome di Malvasia Grossa, Carbesso o Corbesso o Carbess (il pigato è considerato da alcuni come una varietà di Vermentino), Pizzamosca, e Vemettino, nome quest'ultimo con cui giunse in Corsica e quindi, nella seconda metà dell'Ottocento, in Gallura (Sardegna) dove acquisisce la denominazione Vermentino e, in minor misura, anche in alcune zone della Toscana.

Il vitigno viene utilizzato per la produzione di numerosi vini.

In Sardegna tra i più conosciuti ed apprezzati vini a base di Vermentino ci sono quelli attinenti il disciplinare Vermentino di Gallura DOCG, vini a Denominazione di Origine Controllata e Garantita, caratterizzati da una notevole struttura e alcolicità. Tra i vini a Denominazione di Origine Controllata a base di Vermentino si possono citare: l'Alghero Vermentino frizzante e il Vermentino di Sardegna, contraddistinto da caratteristiche più diversificate, dal vino più strutturato a quello più fresco e usato come aperitivo.

Meno strutturati ma dotati di maggiore eleganza sono i vini a Denominazione di Origine Controllata liguri a base di Vermentino, quali il Riviera Ligure di Ponente, il Val Polcevera, il Golfo del Tigullio e il Colli di Luni.

In Toscana i più conosciuti vini DOC a base di Vermentino sono: il Candia dei Colli Apuani, il Montecarlo ed il Bolgheri bianco.

Negli ultimi anni gli enologi hanno lavorato per creare tipologie di Vermentino vinificato in purezza, per farlo risultare più fruttato e gradevole. Un espediente per accentuare queste caratteristiche è anticiparne la vendemmia, in modo che il mosto abbia maggior ricchezza di acidità.

I vini a base di Vermentino sono generalmente dei bianchi secchi ma delicatamente morbidi, di colore giallo paglierino, con profumi intensi di fiori di campo ed erbacei e una nota di pesca gialla.

Possono essere abbinati con antipasti di mare, piatti di pesce (come il classico abbinamento tra aragosta e vermentino sardo) e polpo ma anche con i tipici pansoti liguri con salsa di noci e gli altri piatti della cucina ligure.

In Liguria questo vitigno è maggiormente sviluppato nella Riviera di Ponente, in special modo nelle zone in provincia di Imperia.




martedì 22 ottobre 2013

Il Trebbiano

Il Trebbiano fa parte di una delle famiglie di vitigni a frutto bianco tra i più diffusi in Italia, presenti nell'uvaggio di decine e decine di vini DOC, sia bianchi che rossi. Tra i vari cloni, che spesso prendono il nome dalla zona di provenienza o dall'areale di maggiore diffusione, ricordiamo il Trebbiano Toscano, il Trebbiano Abruzzese, il Trebbiano Romagnolo, Il Trebbiano di Soave, il Trebbiano Modenese, il Trebbiano Spoletino ed il Trebbiano Giallo.

Da solo forma 6 diverse DOC (Trebbiano d'Abruzzo, Trebbiano di Romagna, Trebbiano di Aprilia, Trebbianino Val Trebbia dei Colli Piacentini, Trebbiano di Arborea, Trebbiano di Capriano del Colle). La sua vasta diffusione è dovuta alla capacità di adattarsi alle più diverse tipologie di terreno e condizioni climatiche, alla grande produttività ed alle caratteristiche del vino che ne deriva, generalmente gradevole e corretto e facilmente commerciabile. Infatti è sufficientemente neutro per essere impiegato in unione con altri vini dalla personalità più spiccata, senza sopraffarli anche se utilizzato in elevate percentuali.




lunedì 21 ottobre 2013

Il Montepulciano

È una delle uve più importanti del centro Italia da cui prende nome il vino Montepulciano d'Abruzzo DOCG e base fondamentale dell'Offida Rosso DOCG e Rosso Piceno Superiore DOP. Il termine Montepulciano indica un vitigno a bacca nera coltivato in prevalenza in Abruzzo, Marche, Umbria, Puglia.

Il Montepulciano è un vitigno autoctono del centro Italia ed in particolare della zona tra Marche e Abruzzo, a testimonianza di ciò sono conservati diversi documenti risalenti al 1700. In particolare, la terra nativa di tale vitigno sembra essere Torre de' Passeri in provincia di Pescara.

Il Montepulciano, assieme al Sangiovese, rappresenta al meglio la tradizione "rossa" dell'Italia centrale. Il Montepulciano ha un grappolo di grandezza e compattezza media, quasi sempre alato, di forma piramidale o conica. Matura in epoca avanzata (in genere le prime settimane di ottobre). Va precisato che il Vino Nobile di Montepulciano non ha legami con questo vitigno, ma è vinificato con un clone di Sangiovese e prende il proprio nome dalla città toscana di Montepulciano, in provincia di Siena, dov'è prodotto.

Il vitigno Montepulciano è alla base dell'Offida Rosso DOCG del sud delle Marche insieme al Rosso Piceno Superiore DOP e al Rosso Conero, una DOCG prodotta nella zona centrale delle Marche, nei pressi del Monte Conero (omonimo promontorio), tutti di antichissime tradizioni.





domenica 20 ottobre 2013

I pizzoccheri

I pizzoccheri sono un formato di pasta riconosciuto come prodotto agroalimentare tradizionale della Valtellina, originario di Teglio.

Si tratta di una sorta di tagliatelle spesse 2 o 3 mm, larghe 1 cm e lunghe 7 cm ricavate da un impasto preparato con due terzi di farina di grano saraceno, che denota la loro colorazione grigiastra, ed un terzo di farina di frumento.

Altra specialità sono i pizzoccheri di Chiavenna, che sono invece una particolare varietà di gnocchi, preparati con farina di frumento e pane secco ammollato nel latte.

I pizzoccheri sono il piatto simbolo della cucina tradizionale Valtellinese, conosciuti un po' ovunque e molto apprezzati soprattutto nei mesi freddi.

Il nome "pizzoccheri" sembra derivare dalla radice "pit" o "piz" col significato di pezzetto o ancora dalla parola pinzare col significato di schiacciare, in riferimento alla forma schiacciata della pasta.

Il condimento tipico nella zona del riconoscimento è composto dai seguenti elementi:

Verza o costole di bietola, ma anche;

Patate a pezzi;

Formaggio Valtellina Casera;

Grana grattugiato.

Burro

Aglio

Dopo aver soffritto l'aglio nel burro, il tutto viene steso a strati in una teglia, cosparso di pepe nero macinato e talvolta posto in forno a gratinare.

Le più comuni varianti prevedono la sostituzione della verza con spinaci o fagiolini, e l'uso della fontina al posto del Valtellina Casera.

Nella cucina dei grandi chef, più ricca, vengono spesso introdotti nei condimenti anche tartufo o porcini mentre, a causa del suo particolare sapore, si riduce la percentuale di grano saraceno nell'impasto per venire incontro alle esigenze di un pubblico più vasto.

Ecco il sito dell'Accademia del Pizzocchero di Teglio: http://www.accademiadelpizzocchero.it/







sabato 19 ottobre 2013

Vino novello 2013

Sta per arrivare anche quest'anno sulle tavole degli italiani il vino novello!

Ma cosa si intende con il termine vino novello?

Il metodo di vinificazione di questo tipo particolare di vino è denominato macerazione carbonica. Le uve raccolte vengono poste in vasche riempite di anidride carbonica (CO2) e successivamente chiuse in maniera ermetica.

Ciò fa si che venga demolito l’acido malico contenuto negli acini per via del metabolismo delle cellule dell’uva in assenza d’ossigeno e viene prodotto etanolo, glicerina e altri componenti.

Inoltre le uve sul fondo della vasca vanno a creare un leggero quantitativo di mosto, poichè sono schiacciate dal peso dei grappoli che le sovrastano, e ciò fa si che inizi una fermentazione “spontanea”.

Questo processo si sviluppa nell’arco di 5-20 giorni. Successivamente si passa alla pigiatura e alla normale fermentazione alcolica per la produzione del vino.

Questo metodo di produzione permette di ottenere vini fruttati e morbidi, subito pronti per il consumo, senza bisogno di lunghi affinamenti.

In Italia le uve più adatte a questo scopo sono il Sangiovese e il Merlot.

Buon pranzo e buona cena con un bicchiere di vino novello italiano a tavola!


il vino novello è ottimo con le castagne





venerdì 18 ottobre 2013

Storia d'Italia - Gli Etruschi - le origini

Sull'origine e la provenienza degli Etruschi è fiorita una notevole letteratura, non solo storica e archeologica. 

Le notizie che ci provengono da fonti storiche sono infatti piuttosto discordanti. Nell'antichità furono elaborate principalmente tre diverse tesi: la prima che sostiene la provenienza orientale riportata da Erodoto, storico greco vissuto nel V secolo a.C.; la seconda che sostiene l'autoctonia degli Etruschi elaborata dal greco Dionigi di Alicarnasso vissuto nel I sec. a.C., e la terza che sostiene la provenienza settentrionale elaborata sulla base di un passo di Tito Livio. In tempi più recenti, studiosi moderni hanno ipotizzato una quarta tesi, ovvero la coesistenza di tutte e tre le teorie classiche. Ancor più nuovi studi, condotti grazie a tecnologie di nuova generazione di sequenziamento del DNA (NGS), darebbero invece ragione allo storico Dionigi.

Agli Etruschi si è sempre guardato come a un popolo unitario sin dalla loro preistoria. Tuttavia gli Etruschi, come unità, risulteranno esistere solo a partire dall'VIII secolo a.C. con una propria lingua e con proprie usanze, benché non fossero così omogenei nelle varie regioni dove avrebbero abitato per poter negare che essi, come unità etnica, furono il risultato dell'unione di diversi popoli. È indubbio, infatti, che da quanto è stato tramandato della loro storia e da documenti monumentali rimasti, compaiono elementi italici, egizi, greci, sirio-fenici, mesopotamici, urartei, indoiranici. Ad ogni modo, è comunemente accettato che il popolo etrusco si sia formato nella terra conosciuta come Etruria, tra i fiumi Tevere e Arno, dalla costa tirrenica alle giogaie dell'Appennino.

La più antica menzione degli Etruschi rimasta è quella dello scrittore Esiodo, scritta nel suo poema Teogonia, in cui, al verso 1016, menziona «tutti i popoli illustri della Tirrenia» volutamente al plurale, poiché intendeva comprendere le genti non greche d'Italia. Esiodo scriveva i suoi versi all'inizio del VII secolo a.C.: a questo periodo (690 a.C.-680 a.C.) risalgono le più antiche iscrizioni etrusche conosciute, le quali, però, fanno già uso di quell'alfabeto che indubbiamente i commercianti etruschi avevano imparato nei contatti con i Greci all'emporio di Cuma, almeno settant'anni prima.

Ora, poiché non è possibile che la nazione etrusca si sia affermata improvvisamente, è chiaro che la sua formazione fu il risultato di un lento e progressivo consolidamento in terra italica. Con tutta probabilità, perciò, esisteva già una cultura che tendeva a formarsi sul territorio della Penisola in varie regioni, anche distanti tra loro: e questa non può essere che quella della civiltà villanoviana.

Il termine «villanoviano» deriva dal nome di un piccolo paese nella periferia di Bologna dove, nel 1853, il conte Giovanni Gozzadini, appassionato archeologo, rinvenne un sepolcreto che aveva delle caratteristiche molto particolari. L'elemento che distingueva le sepolture era il vaso ossuario (cioè contenente i resti del defunto) a forma biconica, con una piccola scodella per coperchio, deposto in un vano protetto da lastroni di pietra.

Secondo le più recenti indagini, sembra che i più antichi Villanoviani dell'Etruria propria si fossero concentrati in tre grandi centri: uno è quello che comprende la regione dei Monti della Tolfa, fra Tarquinia e Cerveteri; un secondo è quello situato nella media valle del fiume Fiora, fra la zona archeologica di Vulci e la selva del Lamone a ovest del Lago di Bolsena; il terzo è costituito dalle fasce collinari attorno alla Cetona fra Radicofani, Chiusi e Città della Pieve. Probabilmente i tre stanziamenti, dei quali i due meridionali si differenziano maggiormente rispetto al centro di Cetona, si riferivano ad economie distinte ed autosufficienti, alla cui base c'erano, comunque, l'estrazione e la lavorazione dei minerali, come attività caratteristica, che venivano portati alla costa per l'imbarco. 3 - CONTINUA



giovedì 17 ottobre 2013

Storia d'Italia - Etruschi e genti italiche

Fra i popoli di età preromana, meritano una particolare menzione gli Etruschi che, a partire dall'VIII secolo a.C., iniziarono a sviluppare una civiltà raffinata ed evoluta che influenzò notevolmente Roma e il mondo latino. 

Le origini di questo popolo non indoeuropeo, stabilitosi sul versante tirrenico dell'Italia centrale, sono incerte. Secondo alcune fonti, la loro provenienza andrebbe ricercata in Asia Minore, secondo altre, avrebbero costituito un'etnia autoctona. Certo è che, già attorno alla metà del VI secolo a.C., riuscirono a creare una forte ed evoluta federazione di città-stato che andava dalla Pianura Padana alla Campania e che comprendeva anche Roma ed il suo territorio.

In Italia settentrionale, accanto ai Celti (comunemente chiamati Galli) e ai Leponzi, anch'essi Celti, vi erano i Liguri (originariamente non indoeuropei poi fusisi con i Celti) stanziati in Liguria e parte del Piemonte mentre nell'Italia nord-orientale vivevano i Veneti (paleoveneti) di probabile origine illirica o provenienti dall'Asia Minore ma molto più probabilmente, secondo la moderna ricerca, centro-europei. 

Nell'Italia più propriamente peninsulare accanto agli Etruschi, convivevano tutta una serie di popoli, in massima parte di origine indoeuropea, fra cui: Umbri in Umbria; Latini, Sabini, Falisci, Volsci ed Equi nel Lazio; Piceni nelle Marche ed in Abruzzo Settentrionale; Sanniti nell'Abruzzo Meridionale, Molise e Campania; Apuli, Messapi e Iapigi in Puglia; Lucani e Bruttii nell'estremo Sud; Siculi, Elimi e Sicani (non indoeuropei, probabilmente autoctoni) in Sicilia. La Sardegna era abitata, fin dal II millennio a.C., dai nuragici, risultato di un probabile connubio tra le preesistenti popolazioni megalitiche presenti nell'isola e i controversi Shardana. Alcune di queste popolazioni, stanziate nell'Italia meridionale e nelle isole, si troveranno a convivere, dall'VIII fino al III secolo a.C., con le colonie greche e fenicie (puniche) successivamente assorbite dallo Stato romano.

Fra le popolazioni citate, oltre ai già citati Etruschi, ebbero un ruolo importante in epoca preromana e romana i Sanniti, che riuscirono a costituire un'importante federazione in una vasta area dell'Italia appenninica e che contrastarono a lungo l'espansione romana verso l'Italia meridionale. Nell'area laziale, invece, un posto a sé stante meritano i Latini protagonisti, insieme ai Sabini, della primitiva espansione dell'Urbe e forgiatori, insieme agli Etruschi ed ai popoli italici più progrediti (Umbri, Falisci, ecc.), della futura civiltà romana. 2 - CONTINUA



mercoledì 16 ottobre 2013

Giovanni Paolo II

Il 16 ottobre 1978 fu eletto Papa a Roma Karol Józef Wojtyła.

Papa Giovanni Paolo II (Wadowice, 18 maggio 1920 – Città del Vaticano, 2 aprile 2005) è stato il 264º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica, 6º sovrano dello Stato della Città del Vaticano, accanto agli altri titoli connessi al suo ufficio.

Fu eletto papa il 16 ottobre 1978. In seguito alla causa di beatificazione, il 1º maggio 2011 è stato proclamato beato dal suo immediato successore Benedetto XVI e verrà festeggiato annualmente nel giorno del suo insediamento, il 22 ottobre; nella storia della Chiesa, non capitava da circa un millennio che un papa proclamasse beato il proprio immediato predecessore. Il 30 settembre 2013 viene comunicato che verrà proclamato santo il 27 aprile 2014, insieme al predecessore Giovanni XXIII.

Primo papa non italiano dopo 455 anni, cioè dai tempi di Adriano VI (1522 - 1523), è stato inoltre il primo pontefice polacco, e slavo in genere, della storia. Il suo pontificato è durato 26 anni, 5 mesi e 17 giorni ed è stato il terzo pontificato più lungo della storia (dopo quello di Pio IX e quello tradizionalmente attribuito a Pietro apostolo).

Giovanni Paolo II intraprese sin dal principio del suo pontificato una vigorosa azione politica e diplomatica contro il comunismo e l'oppressione politica, ed è considerato uno degli artefici del crollo dei sistemi del socialismo reale, già controllati dall'ex Unione Sovietica. Combatté la Teologia della liberazione, intervenendo ripetutamente in occasione di avvicinamenti di alcuni esponenti del clero verso soggetti politici dell'area marxista. Stigmatizzò inoltre il capitalismo sfrenato e il consumismo, considerati antitetici alla ricerca della giustizia sociale, causa d'ingiustificata sperequazione fra i popoli e lesivi della dignità dell'uomo. Nel campo della morale, si oppose fermamente all'aborto e all'eutanasia, e confermò l'approccio tradizionale della Chiesa sulla sessualità umana, sul celibato dei preti, sul sacerdozio femminile.

I suoi 104 viaggi in tutto il mondo videro la partecipazione di enormi folle (tra le più grandi mai riunite per eventi a carattere religioso). Con questi viaggi apostolici, Giovanni Paolo II coprì una distanza molto maggiore di quella coperta da tutti gli altri papi messi assieme. Questa grande attività di contatto (anche con le generazioni più giovani, con la creazione delle Giornate Mondiali della Gioventù) fu da molti interpretata come segno di una seria intenzione di costruire un ponte di relazioni tra nazioni e religioni diverse, nel segno dell'ecumenismo, che era stato uno dei punti fermi del suo papato.

Sul piano dei rapporti con l'Italia, i viaggi sottolinearono l'intenzione di separare l'aspetto politico da quello religioso, come il pontefice stesso tenne a sottolineare, due anni dopo la revisione del Concordato, nel 1986, a Forlì, ricordando che il precedente papa a visitare quella città era stato Pio IX, in veste anche di capo di Stato: "Da allora, la situazione politica è profondamente mutata, ed è stata come tale ufficialmente riconosciuta dalla Chiesa".

Papa Wojtyła beatificò e canonizzò, anche se è difficile provarlo poiché i documenti relativi a molte delle prime canonizzazioni sono incompleti, mancanti o poco accurati, molte più persone di ogni altro pontefice, grazie anche all'abolizione, da parte sua, dell'ufficio di Promotor Fidei (Promotore delle Fede, noto anche come avvocato del Diavolo), rendendo così più scorrevole tale processo: le persone da lui beatificate furono 1338 e quelle canonizzate 482, mentre i predecessori nell'arco dei quattro secoli precedenti avevano proclamato soltanto 300 santi.

Fu detto "l'atleta di Dio"per le sue varie passioni sportive, praticò sci, nuoto, canottaggio, calcio e fu amante della montagna, continuò a praticare sport finché la salute glielo permise.



martedì 15 ottobre 2013

Storia d'Italia

Peanuts from Italy inizia oggi un nuovo argomento che vi farà compagnia durante le prossime settimane: la Storia d'Italia. Gran parte delle informazioni che leggerete provengono da Wikipedia e saranno integrate da altre fonti a secondo del periodo storico narrato.

Iniziamo come si conviene, dalla preistoria.

Il popolamento del territorio italiano risale alla preistoria, epoca di cui sono state ritrovate importanti testimonianze archeologiche. L'Italia è stata abitata almeno a partire dal Paleolitico. Tra i più interessanti siti archeologici italiani risalenti al Paleolitico, si ricorda quello di Arene Candide, presso Albenga, di Monte Poggiolo, presso Forlì, di Isernia La Pineta presso Isernia, uno dei più antichi siti dove l'uomo ha usato il fuoco, e la Grotta dell'Addaura, presso Palermo, nella quale si trova un vasto e ricco complesso d'incisioni, databili fra l'Epigravettiano finale e il Mesolitico, raffiguranti uomini ed animali. Tra i popoli insediatisi nel Neolitico, quando l'uomo da cacciatore divenne anche pastore e agricoltore, si ricordano i Camuni (in Val Camonica).

I Camuni erano un popolo dell'Italia antica stanziato nell'Età del ferro (I millennio a.C.) in Val Camonica; vengono individuati anche con il nome latino Camunni, attribuito loro da autori del I secolo, o come antichi Camuni, per distinguerli dagli attuali abitanti della valle. Fra i massimi produttori di arte rupestre in Europa, il loro nome è legato alle celebri Incisioni rupestri della Val Camonica, che costituiscono - stante la povertà di reperti archeologici come necropoli, suppellettili o centri abitati - la principale testimonianza culturale di questo popolo.

Popolo di origine oscura, risulta insediato in una regione, la Val Camonica, segnata già da una millenaria tradizione culturale, risalente fin al Neolitico. I Camuni - Καμοῦνοι in greco, Camunni in latino - sono ricordati dalle fonti storiografiche classiche a partire dal I secolo a.C.; l'epoca precedente, corrispondente in Val Camonica all'Età del ferro (dal XII secolo a.C. circa fino alla romanizzazione), è testimoniata soprattutto dal vastissimo corpus costituito dalle centinaia di migliaia di incisioni rupestri. Sottomessi a Roma all'inizio del I secolo d.C., i Camuni furono progressivamente inseriti nelle strutture politiche e sociali dell'Impero romano: pur conservando margini di autogoverno (la Res Publica Camunnorum), fin dalla seconda metà del I secolo ottennero la cittadinanza romana, subendo poi - come tutti i popoli della Gallia cisalpina - un rapido processo di latinizzazione sia linguistica, sia culturale, sia religiosa.  1- CONTINUA


Incisioni rupestri




lunedì 14 ottobre 2013

Acquaviva Picena

Una caratteristica e pittoresca cittadina dell'Italia centrale è Acquaviva Picena, in provincia di Ascoli Piceno, nelle Marche.

Il sito di Acquaviva fu abitato fin dalla preistoria, della quale ha restituito numerosi reperti soprattutto d'epoca picena, ma anche d'età romana. Quando i Piceni, che vi furono certamente insediati nel VI secolo a.C., restarono sottomessi a Roma, il territorio acquavivano conservò vitalità grazie alla vicinanza della città di Castrum Truentinum.

Ma fu con le invasioni barbariche che il colle vide la nascita di un vero e proprio insediamento urbano: l'arrivo di Longobardi e Saraceni indusse infatti le popolazioni costiere a riparare sulle circostanti alture. Il borgo fu in origine possedimento farfense (947), poi divenne feudo della famiglia degli Acquaviva (da cui il nome) che nel XIII secolo vi edificò una fortezza.

Nel 1341 Acquaviva transitò sotto il controllo della città di Fermo, di cui costituì importante presidio in territorio nemico, preservandone i possedimenti costieri (San Benedetto in Albula) dalle mire di Ascoli. Nel Quattrocento il castello conobbe una notevole espansione demografica che condusse al raddoppio dell'abitato, con l'edificazione del settore orientale, denominato Terra Nuova in contrapposizione alla Terra Vecchia che, sorta a ridosso della fortezza, costituiva il nucleo originario del paese. Ciò rese anche necessaria la costruzione di un secondo caposaldo rivolto a oriente.

Inclusa nella legazione pontificia fermana, Acquaviva fu annessa con plebiscito al Regno d'Italia nel 1860. Nel 1799, durante la campagna napoleonica d'Italia, le forze antifrancesi capeggiate dal brigante Sciabolone l'avevano messa a ferro e fuoco distruggendo l'archivio comunale e con esso la fonte d'osservazione diretta della storia locale, la cui ricostruzione si basa principalmente su testimonianze esterne.

Da vedere assolutamente la Fortezza degli Acquaviva (XIII-XIV secolo), maestosa rocca medievale, fra le maggiori e meglio conservate delle Marche, riedificata nel Quattrocento da Baccio Pontelli.

Di seguito il sito della pro loco di Acquaviva Picena: http://www.prolocoacquavivapicena.it/





domenica 13 ottobre 2013

Chi è causa del suo mal, pianga se stesso

Chi è causa del suo mal pianga se stesso è un antico proverbio italiano.

A volte è usato nella forma Chi è cagion del suo mal, pianga se stesso.

Il significato mira ad ammonire colui che ha prodotto la causa del proprio danno: costui dovrà prendersela esclusivamente con sé stesso, e non addossare la responsabilità ad altri.

E' una considerazione sempre valida, ieri come oggi e un grande insegnamento di vita!

E voi, amici di altri Paesi, avete un proverbio simile nella vostra lingua? Scrivetelo a Peanutsfromitaly!

Buona domenica!





sabato 12 ottobre 2013

Museo della Musica Meccanica

Oggi vi presentiamo il Museo della Musica Meccanica che si trova a Lizzano di Cesena.

Vi ricordate il vecchio organetto posto sul carretto che una persona gentile, sempre con il sorriso in volto, faceva suonare nel giardinetto o per le vie del centro? Stiamo parlando di un'Italia che non esiste più, tranne che al Museo situato all'interno di Villa Silvia.

Il Museo della Musica Meccanica è un'esposizione permanente di strumenti musicali meccanici unica in Italia. L’idea alla base del Museo è di ricostruire, in sette sale della Villa, i momenti qualificanti della storia della musica meccanica, dalla sua invenzione, alle diverse tappe del suo svilupparsi e imporsi nella società.

Chi ha la fortuna di aggirarsi per le stanze della Villa, parte per un viaggio sulle orme lasciate dagli antichi strumenti nei vicoli, nelle strade, nelle dimore dove abitavano. 

Il Museo è stato concepito e realizzado da AMMI, Associazione Musica Meccanica Italiana, che ha sede proprio a Villa Silvia.

Per maggiori informazioni: http://www.ammi-italia.com










venerdì 11 ottobre 2013

Le tagliatelle ai funghi porcini

Le tagliatelle o fettuccine sono una pasta all'uovo tipica del centro e nord Italia.

Il loro nome deriva dal verbo "tagliare" o "affettare", dato che si ottengono stendendo la pasta in sfoglia sottile e tagliandola, dopo averla arrotolata.

Una variante sono le tagliatelle verdi, nel cui impasto entra la bietola o lo spinacio, particolarmente gustose e delicate sono poi le tagliatelle verdi all'ortica (con cime tenere delle ortiche al posto degli spinaci).

La ricetta emiliana classica vuole che le tagliatelle siano condite con il ragù alla bolognese, preparato con polpa di maiale, vitello e manzo, macinate e cucinate in un soffritto di burro, pancetta, aromi, tirate a cottura con brodo, vino rosso e salsa di pomodoro, e generosamente coperte di parmigiano. Esiste comunque un'altra versione in cui il condimento è costituito da un intingolo a base di prosciutto crudo. Mettere la farina a fontana sulla spianatoia e fare al centro un incavo col pugno. Rompere le uova al centro della farina e mescolare il tutto per bene fino a che lentamente vengano completamente assorbite. Impastare ora il tutto per almeno 15 minuti fino ad ottenere un composto liscio ed elastico. Se le uova non bastassero ad amalgamare la farina aggiungere un cucchiaio o due di acqua e lasciarla riposare qualche minuto sulla spianatoia quindi la si divide in pezzi e la si stende con un matterello fino a tirare una sfoglia sottile. A questo punto, lasciare asciugare la sfoglia per qualche minuto: una volta asciutta, arrotolare la sfoglia su se stessa tagliarla a fettine larghe 1/2 centimetro. Allargare le tagliatelle su un piano asciutto lasciarle asciugare per qualche ora prima della cottura.

Un ottimo modo per gustare le tagliatelle è con un sugo di funghi porcini, provare per credere! Se volete una ricetta gustosa, eccola servita: http://www.ricettedellanonna.net/tagliatelle-ai-funghi-porcini/


giovedì 10 ottobre 2013

Giuseppe Verdi

Il 10 ottobre 1813 nacque a Busseto, nella bassa parmense, Giuseppe Verdi, uno dei più grandi compositori italiani.

I genitori erano: Carlo, oste e rivenditore di generi alimentari, e Luigia Uttini, filatrice. Carlo proveniva da una famiglia di agricoltori piacentini (stesse origini della moglie) e, dopo aver messo da parte un po' di denaro, aveva aperto una modesta osteria nella casa delle Roncole, la cui conduzione alternava al lavoro dei campi. Il registro dei battesimi, all'11 ottobre di quell'anno, lo indica come "nato ieri". Il giorno successivo Giuseppe venne battezzato nella chiesa locale di San Michele e gli vennero apposti i nomi di Giuseppe Francesco Fortunino. Il terzo giorno della sua nascita il padre di Verdi raggiunse Busseto per notificare la nascita alle autorità locali e venne indicato nel registro comunale coi nomi di Joseph Fortunin François. L'atto di nascita fu redatto in francese, appartenendo in quegli anni Busseto e il suo territorio all'Impero francese creato da Napoleone.

Pur essendo un giovane di umile condizione sociale, riuscì tuttavia a seguire la propria vocazione di compositore grazie alla buona volontà e al desiderio di apprendere dimostrato. L'organista della chiesa delle Roncole, Pietro Baistrocchi, lo prese a benvolere e gratuitamente lo indirizzò verso lo studio della musica e alla pratica dell'organo. Più tardi, Antonio Barezzi, un negoziante amante della musica e direttore della locale società filarmonica, convinto che la fiducia nel giovane non fosse mal riposta, divenne suo mecenate e protettore aiutandolo a proseguire gli studi intrapresi.

La prima formazione del futuro compositore avvenne tuttavia sia frequentando la ricca biblioteca della Scuola dei Gesuiti a Busseto, ancora esistente, sia prendendo lezioni da Ferdinando Provesi, maestro dei locali filarmonici, che gli insegnò i principi della composizione musicale e della pratica strumentale. Verdi aveva solo quindici anni quando, nel 1828, una sua sinfonia d'apertura venne eseguita, in luogo di quella di Rossini, nel corso di una rappresentazione di Il barbiere di Siviglia al teatro di Busseto. Nel 1832 si stabilì a Milano, grazie all'aiuto economico di Antonio Barezzi e a una "pensione" elargitagli dal Monte di Pietà di Busseto. A Milano tentò inutilmente di essere ammesso presso il locale prestigioso Conservatorio e fu per diversi anni allievo di Vincenzo Lavigna, maestro concertatore alla Scala. Nel 1836 sposò Margherita Barezzi, ventiduenne figlia del suo benefattore, con la quale due anni più tardi andò a vivere a Milano in una modesta abitazione a Porta Ticinese. Nel 1839 riuscì finalmente, dopo quattro anni di lavoro, a far rappresentare la sua prima opera alla Scala: era l'Oberto, Conte di San Bonifacio, su libretto originale di Antonio Piazza, largamente rivisto e riadattato da Temistocle Solera. L'Oberto era un lavoro di stampo donizettiano, ma alcune sue peculiarità drammatiche piacquero al pubblico tanto che l'opera ebbe un discreto successo e quattordici repliche.

L'Oberto fu la prima di una lunghissima serie di opere che Verdi scrisse negli oltre ottantasette anni di vita, tra le quali ricordiamo: il Nabucco, I Lombardi alla prima crociata, La battaglia di Legnano, I due Foscari, Macbeth per arrivare agli ultimi capolavori come l'Otello e il Falstaff.

Verdi morì a Milano in un appartamento dove era solito alloggiare dal 1872 al Grand Hotel et de Milan alle 2:50 del 27 gennaio 1901, a 87 anni. Era venuto nella città lombarda per trascorrervi l'inverno, come faceva da tempo. Colto da malore, spirò dopo sei giorni di agonia. Il Maestro lasciò istruzioni per i suoi funerali: si sarebbero dovuti svolgere all'alba, o al tramonto, senza sfarzo né musica. Volle esequie semplici, come semplice era sempre stata la sua vita. Le ultime volontà del compositore vennero rispettate, ma non meno di centomila persone seguirono in silenzio il feretro. Nei giorni che precedettero la morte di Verdi, via Manzoni e le strade circostanti vennero cosparse di paglia affinché lo scalpitio dei cavalli e il rumore delle carrozze non ne disturbassero il riposo. Venne sepolto a Milano presso la Casa di Riposo per i Musicisti che lui stesso istituì.

Tra le cerimonie svoltesi in tutta Italia per commemorare la morte di Verdi, particolarmente suggestiva fu quella che si svolse, alla presenza del Duca di Genova, nel teatro greco di Siracusa. Fu stampata anche una cartolina commemorativa in occasione del luttuoso evento, mentre sia Pascoli che D'Annunzio scrissero composizioni poetiche in sua memoria. Al Museo Verdiano Casa Barezzi di Busseto è conservata la prima stesura del manoscritto originale dell'ode “In morte di Giuseppe Verdi” (1901) di Gabriele D'Annunzio.



mercoledì 9 ottobre 2013

Ravenna Mosaico

Dal 12 ottobre al 24 novembre avrà luogo a Ravenna, il Festival Internazionale del Mosaico contemporaneo.

Leggiamo dal sito internet della Organizzazione (http://www.ravennamosaico.it/) : la terza edizione di Ravenna Mosaico, primo Festival Internazionale di Mosaico Contemporaneo, ospita a Ravenna dal 12 ottobre al 24 novembre opere da tutto il mondo. Realizzato dal Comune di Ravenna in collaborazione con AIMC, Associazione Internazionale dei Mosaicisti Contemporanei, il Festival presenta un programma di respiro internazionale che coinvolge tutte le istituzioni culturali e gli spazi più suggestivi della città.

Il nucleo espositivo centrale di questa edizione è collocato nella cornice degli Antichi Chiostri Francescani della Cassa di Risparmio dove è allestita Opere dal Mondo, la mostra che presenta una selezione di 35 opere di artisti francesi, tedeschi, croati, lituani e norvegesi, ma anche egiziani, russi, giapponesi, canadesi, israeliani.

Un’attenzione particolare è dedicata all’opera del giovane artista sloveno Andrej Koruza nell’ambito dell’esposizione Open MAR - Open Museum - Segnali dal Limite, un vero e proprio mosaico in movimento. Sempre negli Antichi Chiostri anche l’allestimento Attraversare il Tempo a cura di Enzo Tinarelli. 

E’ collocato invece presso la Biblioteca Classense l’omaggio al maestro bulgaro Iliya Iliev, segno tangibile dei legami fra Italia e Bulgaria nell’espressione della Capitale Europea della Cultura per il 2019. La mostra Contemporary Vision of Alexandrian Mosaic apre una panoramica sulla produzione contemporanea della scuola di Alessandria d’Egitto.

Il Festival è un’occasione per accogliere in città artisti e visitatori, un appuntamento internazionale biennale che vede Ravenna protagonista del mosaico contemporaneo con mostre, installazioni, convegni e laboratori, progetto di una città candidata a Capitale Europea della Cultura.

Tutte le mostre di Ravenna Mosaico inaugurano in un’unica serata, sabato 12 ottobre; insieme alle istituzioni pubbliche anche le gallerie e gli artisti aprono i propri spazi, gli atelier ed i laboratori, per partecipare alla grande festa del mosaico contemporaneo.

Un'occasione unica, da non perdere per chi passa in questi giorni da Ravenna o zone vicine...






martedì 8 ottobre 2013

Il risotto

Il risotto è un primo piatto tipico della cucina italiana, diffuso in numerose versioni in tutto il paese anche se più consumato al nord. La sua caratteristica principale è il mantenimento dell'amido che gelatinizzatosi a causa della cottura, lega i chicchi tra loro in un composto di tipo cremoso. Tra le varie qualità di riso, ne esistono alcune particolarmente adatte alla preparazione del risotto (Arborio, Carnaroli, Maratelli, Vialone nano). Gli altri ingredienti variano in relazione alla ricetta da preparare.

C'è una concordanza di massima sulla procedura generale che prevede il preriscaldamento (tostatura) del riso nel tegame con sostanza grassa (burro, olio o altro) e una cottura a fuoco alquanto basso del riso stesso e dell'ingrediente vegetale o animale o misto, che deve essere costantemente seguita, aggiungendo progressivamente il liquido (brodo o succo) necessario a consentire l'assorbimento da parte dei chicchi di riso e la cottura in un costante equilibrio di umidità.

Esistono invece opinioni diverse sui particolari esecutivi ma anche sulla delimitazione del concetto di risotto, che nell'accezione più restrittiva esclude tutti i piatti in cui gli ingredienti non siano cotti esclusivamente per il tempo di cottura del riso. Nella definizione corrente di risotto sono invece comprese anche le versioni in cui gli ingredienti di condimento che cuociono assieme al riso siano stati assoggettati ad un precedente autonomo ciclo di cottura. Ne restano pertanto esclusi i piatti di riso in cui il condimento viene aggiunto, come sulla pasta, a cottura ultimata.

Un ottimo risotto? Quello ai funghi porcini! Di seguito il link ad una ricetta doc! http://www.risottoaifunghi.it/



lunedì 7 ottobre 2013

Il fungo Porcino

Autunno, tempo di funghi.

Tra i funghi più ricercati e prelibati vi è il fungo Porcino.

"Porcino" è il nome comune di alcune specie di funghi del genere Boletus, spesso attribuito, anche come denominazione merceologica, a quattro specie di boleti (la sezione Edules del genere Boletus) facenti capo al Boletus edulis ed aventi caratteristiche morfologiche e organolettiche vagamente simili.

Qualche micologo è arrivato a farne dodici specie diverse, discriminando a seconda degli ambienti di nascita, gli alberi simbionti, i caratteri microscopici e macroscopici (forma, colorazione e proporzioni del corpo fruttifero).

Ma le specie codificate dalla micologia corrente e che gli esperti sono in grado di riconoscere a prima vista per le loro caratteristiche esteriori chiaramente diverse, sono quattro:


  • Boletus edulis, Bulliard: Fries -Nomi popolari: brisa, bastardo, fungo di macchia, moccicone, settembrino
  • Boletus aereus, Bulliard: Fries -Nomi popolari: bronzino, fungo nero, fungo di scopa, moreccio, scopino, reale (Sardegna)
  • Boletus aestivalis (ex reticulatus), (Paulet) Fries- Nomi popolari: ceppatello, estatino, fungo bianco, stataiolo
  • Boletus pinophilus (ex pinicola), Pilát & Dermek -Nomi popolari: capo rosso, fungo da freddo, porcino dei pini.


Si trova soprattutto nei boschi di querce e di castagno della pianura, e nelle faggete e abetaie di alta montagna. Si tratta di funghi simbionti, gregari, che possono svilupparsi in gruppi di molti esemplari.

Gli antichi Romani chiamavano questi funghi Suillus per il loro aspetto generalmente tozzo e massiccio, ed il termine porcino ne è l'esatta traduzione. Possono raggiungere facilmente grandi dimensioni: non sono infrequenti ritrovamenti di esemplari di peso superiore a uno o due chilogrammi.

Nei prossimi giorni vi forniremo anche qualche deliziosa ricetta che si può preparare con i funghi porcini!





domenica 6 ottobre 2013

Il Primitivo

Primitivo è un vitigno rosso italiano, molto diffuso nella terra di Bari, soprattutto a Gioia del Colle, dove ha avuto origine, ma anche in diversi altri paesi sulla Murgia barese, come Santeramo, Acquaviva, Cassano. Da qui, poi si diffuse anche nella terra di Taranto, Manduria, Avetrana, Maruggio, Sava, Lizzano, Torricella, Fragagnano, San Marzano, nel basso brindisino e nel leccese. L'origine del nome è probabilmente legata al ciclo biologico (fioritura, maturazione, ...) precoce, e viene generalmente vendemmiato nella prima decade di settembre.

Geneticamente identico al californiano Zinfandel, dove fu portato, pare, da Gioia del Colle, il primitivo sembra essere originario della Croazia, dove questa specie è nota come Crljenak Kaštelanski.

È identificato anche con il nome di "Bavanda da Sa Poursidi" nella zona di Rovigno in Istria. L'origine istriana dello Zinfandel è stata scoperta grazie al lavoro della genetista Carole Meredith, presso la University of California, a Davis.

Il Primitivo dà origine a numerosi vini, tra i quali quelli appartenenti al gruppo del Primitivo di Gioia del Colle, del Primitivo di Manduria e del Primitivo di Lizzano.




sabato 5 ottobre 2013

Orticolario 2013

Dal 4 al 6 Ottobre si svolge a Villa Erba sul Lago di Como la manifestazione Orticolario 2013.

Leggiamo dal sito internet dell'Associazione ( http://www.orticola.org/): Orticolario è un omaggio al giardino e al fascino discreto del fiore, da cogliere attraverso forme, profumi, colori, sensazioni, in una suggestione di stimoli offerti dal mondo vegetale con la complicità del lago. 

Questa è la motivazione che ha spinto un gruppo di amici comaschi, appassionati di giardinaggio, a promuovere l’iniziativa con il supporto della storica Società Ortofloricola Comense.

Orticolario offre ai visitatori lo spettacolo del mondo florovivaistico nel parco in riva al lago e all'interno del particolare centro espositivo.

La prestigiosa collocazione nel complesso di Villa Erba si riallaccia alla tradizione che ha visto nel passato le ville lariane protagoniste di importanti esposizioni florovivaistiche e permette di offrire al visitatore uno scenografico sfondo naturale ai temi della cultura e della valorizzazione del territorio, della botanica e della biodiversità.

La natura è una realtà dinamica e Orticolario si presenta “per un giardinaggio evoluto”.

Il nostro spazio, sia esso un terrazzo, un giardino, un orto, un frutteto o qualsivoglia spazio di contatto privilegiato con la natura può e deve evolvere con il mutare delle nostre passioni e non solo delle stagioni.

Ed ecco che questo rapporto di intimità si alimenta e intensifica nella ricerca di nuovi colori, profumi, strumenti ed elementi di arredo vissuti anche nel corso della loro creazione. Abbinando funzionalità e design producono emozioni e stimoli che solo l’arte, in tutte le sue forme, riesce a trasmettere.

Così, Orticolario si presenta evoluto, più internazionale, più ampio nella proposta e più stimolante nel suo percorso formativo.

Dalle più remote regioni italiane e dall'Europa, portatori di conoscenze e venditori di “storie che stanno dietro le foglie”, si confrontano, con le proprie collezioni, con un pubblico transfrontaliero attento alle novità botaniche.

La mano dell’uomo forgia la pietra, la terracotta, i tessuti, le erbe acquatiche e altri materiali messi a disposizione dalla natura, in forme ed oggetti che stringono una stretta relazione con l’arte.

Ci vediamo a Villa Erba, dunque, per provare emozioni che creando cultura, lasceranno un segno.




venerdì 4 ottobre 2013

San Francesco d'Assisi

Oggi, 4 Ottobre, si ricorda San Francesco, Patrono d'Italia.

Francesco nacque ad Assisi nel 1181 o 1182, nel pieno del fermento dell'età comunale. Figlio di mercante, da giovane aspirava a entrare nella cerchia della piccola nobiltà cittadina. Di qui la partecipazione alla guerra contro Perugia e il tentativo di avviarsi verso la Puglia per partecipare alla crociata. Il suo viaggio, tuttavia, fu interrotto da una voce divina che lo invitò a ricostruire la Chiesa. E Francesco obbedì: abbandonati la famiglia e gli amici, condusse per alcuni anni una vita di penitenza e solitudine in totale povertà. 

Nel 1209, in seguito a nuova ispirazione, iniziò a predicare il Vangelo nelle città mentre si univano a lui i primi discepoli insieme ai quali si recò a Roma per avere dal Papa l'approvazione della sua scelta di vita. Dal 1210 al 1224 peregrinò per le strade e le piazze d'Italia e dovunque accorrevano a lui folle numerose e schiere di discepoli che egli chiamava frati, fratelli. Accolse poi la giovane Chiara che diede inizio al secondo ordine francescano, e fondò un terzo ordine per quanti desideravano vivere da penitenti, con regole adatte per i laici. Morì nella notte tra il 3 e il 4 ottobre del 1228. 

Francesco è una delle grandi figure dell'umanità che parla a ogni generazione. Il suo fascino deriva dal grande amore per Gesù di cui, per primo, ricevette le stimmate, segno dell'amore di Cristo per gli uomini e per l'intera creazione di Dio.



giovedì 3 ottobre 2013

La Barbera

La Barbera è un vino del Piemonte, dove per tradizione è indicato al femminile (la Barbera appunto). Il vitigno, per quanto è dato conoscere, è meno antico di altri coltivati in Piemonte, quali il moscato, il grignolino (coltivato specialmente nella provincia di Asti) e il nebbiolo. La sua espansione è stata costante nei secoli ed oggi è il vitigno a bacca rossa più diffuso nella regione.

La Barbera, vitigno autoctono, è diffuso mediamente in tutto il Piemonte, principalmente nella zona di Alba e di Asti, e nell'Oltrepò Pavese. La barbera di Asti o d'Alba può ottenere una denominazione superiore dopo un anno di invecchiamento in botte di rovere, avere lo 0,5% in più di alcool sviluppato. Tipico piemontese è anche la "Barbera vivace", ovvero un barbera giovane e con una leggera effervescenza. Tra quello d'Alba, d'Asti e la barbera del Monferrato troviamo delle differenze abbastanza importanti, a causa del variare del territorio regionale relativamente alle diverse zone.

La Barbera è da bere giovane, nella sua versione senza invecchiamento, da lasciare riposare alcuni anni prima di degustare nelle sue versioni superiori. Infatti soprattutto nella Barbera d'Alba Superiore, troviamo che i tannini (che lo rendono ricco di acido gallotannico e quindi di sapore particolarmente aspro) sono piuttosto marcati e di conseguenza se bevuta poco dopo la messa in bottiglia possiamo riscontrare una certa spigolosità, che va piano piano arrotondandosi con il passare del tempo. Una barbera d'Alba superiore può, nelle sue annate migliori, raggiungere i 15°, senza pertanto avere un tasso alcolico particolarmente forte, in quanto la struttura stessa del vino tende ad equilibrarlo rendendo piacevole l'alta gradazione.

Vino di gran classe, apprezzato sulle tavole internazionali, si adatta anche molto bene nella preparazione di alcuni piatti tipici piemontesi, come arrosti di carne o risotti.



mercoledì 2 ottobre 2013

Campo Imperatore

L'altopiano è famoso nella storia d'Italia per essere stato l'ultima prigione di Benito Mussolini nel 1943 prima di essere liberato dai tedeschi nell'Operazione Quercia durante la seconda guerra mondiale; la sua camera nell'Hotel Campo Imperatore, con gli arredi originali perfettamente conservati, è oggi un museo a pagamento ed è visitato da meta di curiosi e nostalgici. Lo stesso albergo è ancora oggi perfettamente funzionante e nei pressi è la piccola chiesa della Madonna della Neve. Campo Imperatore è stato inoltre, con la vicina Campo Felice, uno dei luoghi montani d'Abruzzo preferiti da papa Giovanni Paolo II che era solito frequentare la zona d'estate in cerca di solitudine e meditazione; per questo una cima del Gran Sasso, la cima Giovanni Paolo II, è stata a lui intitolata.

Campo Imperatore è meta di astrofili e appassionati di astronomia per via della quota altimetrica e della lontananza da sorgenti di inquinamento luminoso e dell'aria che rendono il luogo ideale per l'osservazione astronomica. Dispone di un Osservatorio astronomico costruito tra il 1948 e il 1955 equipaggiato con un telescopio di oltre un metro di diametro e gestito dalla sezione romana dell'Istituto Nazionale di Astrofisica in collaborazione con l'Osservatorio astronomico di Collurania e con l'Università degli studi dell'Aquila. A partire dal 2001 l'Osservatorio è stato sede del programma internazionale CINEOS che ha portato alla scoperta di 61000 asteroidi e 1500 nuovi oggetti, tra cui 6 near-Earth object e un planetoide. Da oltre vent'anni, inoltre, Fonte Vetica è sede di diversi campi astronomici organizzati regolarmente da associazioni di astrofili provenienti da tutta Italia. Molto famoso è il Campo Astronomico patrocinato dal Gruppo Astrofili Pescaresi "RA" (GASPRA), la cui prima edizione si è tenuta nel 1988.

A ridosso dell'osservatorio è il giardino botanico alpino Vincenzo Rivera realizzato per iniziativa dell'omonimo fondatore ed ex-rettore dell'Università degli studi dell'Aquila su un'area di circa 3500 mq; il giardino, con annesso museo, è gestito dal dipartimento di Scienze Ambientali dello stesso ateneo abruzzese in collaborazione con il Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.