sabato 19 dicembre 2015

Aspettando Natale

Natale


Natale 
nella propria stanza scura
a pensare ad una vita che non c'è.

Natale 
in una stanza gelida
con i piccioni che ti girano intorno.

Natale
alla stazione
ad aspettare un treno che non arriva.

Natale 
in chiesa 
per chiedere un poco d'amore
così caro, così raro.

Natale 
in un presepe
tra i pastori e le pecorelle,

Natale 
in allegria,
Natale 
di chicchessia;
ma il più bel Natale
è il Natale che non c'è.



peanutsfromitaly augura a tutti i lettori di trascorrere un Natale sereno e in pace.

martedì 8 dicembre 2015

Giubileo della Misericordia



Il Giubileo straordinario della misericordia è stato indetto da papa Francesco per mezzo della bolla pontificia Misericordiae Vultus. Precedentemente annunciato dallo stesso pontefice il 13 marzo 2015, ha avuto inizio oggi 8 dicembre 2015 e si concluderà il 20 novembre 2016 festa di Cristo Re. Il papa ha dichiarato che il giubileo, ricorrente nel cinquantesimo della fine del Concilio Vaticano II, sarà dedicato alla Misericordia.

Il papa ha fatto l'annuncio nel corso di una funzione religiosa:
« Cari fratelli e sorelle, ho pensato spesso a come la Chiesa possa rendere più evidente la sua missione di essere testimone della Misericordia. È un cammino che inizia con una conversione spirituale. Per questo ho deciso di indire un Giubileo straordinario che abbia al suo centro la misericordia di Dio. Questo Anno Santo inizierà nella prossima solennità dell'Immacolata Concezione e si concluderà il 20 novembre del 2016, domenica di Nostro Signore Gesù Cristo, re dell'universo e volto vivo della misericordia del Padre. Affido l'organizzazione di questo Giubileo al Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, perché possa animarlo come una nuova tappa del cammino della Chiesa nella sua missione di portare a ogni persona il vangelo della Misericordia. »
(Papa Francesco)

Mons. Rino Fisichella, in qualità di presidente del Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, è il principale referente per l'organizzazione dell'evento giubilare. Nel maggio 2015, nella Sala Stampa della Santa Sede, lo stesso presule ha dato alcune anticipazioni sulle modalità di svolgimento dell'anno giubilare.

Sabato 11 aprile 2015, durante la celebrazione dei primi vespri della Domenica della Divina Misericordia, è stato indetto ufficialmente con la consegna e la lettura della bolla Misericordiae Vultus, avvenute alla presenza di papa Francesco davanti alla Porta santa della Basilica di San Pietro. La Bolla evidenzia la necessità di indire un Anno Santo Straordinario per tenere viva, nella Chiesa Cattolica, la consapevolezza di essere presente nel mondo quale dispensatrice della Misericordia di Dio. La capacità di dialogare col mondo e l'apertura a ogni uomo sono state le grandi sfide vinte dal Concilio Vaticano II. Il Giubileo vuole essere occasione per porre atti di ulteriore apertura. La Bolla ricorda, inoltre, i grandi eventi della Storia della Salvezza nei quali Dio si manifesta con il suo Amore Misericordioso.

L'apertura del Giubileo è stata inizialmente fissata per l'8 dicembre 2015. La scelta di tale data non era casuale, cadendo in tal giorno il cinquantesimo anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II. Prima di tale data però, come segno della vicinanza della Chiesa universale alla Repubblica centrafricana, colpita dalle violenze della guerra civile, papa Francesco ha aperto la porta santa della Cattedrale di Notre-Dame di Bangui il 29 novembre, in occasione del suo viaggio apostolico in Africa, anticipando di fatto l'inizio del giubileo straordinario.

Durante tale manifestazione vi sono dei momenti specifici per certe categorie di fedeli. Tra questi vi sono:

  • A tutti coloro che operano nel pellegrinaggio: dal 19 al 21 gennaio 2016
  • Invio dei missionari della misericordia: previsto per il 10 febbraio 2016
  • Tutto il variegato mondo che si ritrova nella spiritualità della misericordia: 3 aprile 2016
  • Raduno dei ragazzi dai 13 ai 16 anni: 24 aprile 2016
  • Incontro con i diaconi: 29 maggio 2016
  • Incontro con i sacerdoti: previsto per il 3 giugno 2016
  • Incontro con gli ammalati: previsto per il 12 giugno 2016
  • Incontro dei giovani in occasione della giornata mondiale della gioventù: a Cracovia dal 26 luglio al 1º agosto 2016
  • Incontro con il volontariato: si terrà il 4 settembre 2016
  • Il mondo della spiritualità mariana: 9 ottobre 2016

La porta santa verrà aperta nelle basiliche papali. Inoltre, viene data la facoltà a ogni diocesi di aprire una o più porte sante.

Un sito dove trovare tutte le informazioni utili sul Giubileo: http://www.giubileopapafrancesco.it/

domenica 6 dicembre 2015

Museo del Presepio



Il Museo, fondato nel 1967, occupa circa trecento mq., suddivisi in tre navate, nei locali sottostanti la Chiesa dei Ss. Quirico e Giulitta, ai Fori Imperiali a Roma.

A un livello ancora sottostante, è visibile, con accesso dal Museo stesso, la piccola abside affrescata della originaria Chiesa protocristiana (VI-VII sec).

Il Museo nacque grazie all’allora Presidente, e fondatore, dell’Associazione Angelo Stefanucci, che donò gran parte della sua raccolta di presepi di tutto il mondo: intorno a quel primo nucleo di opere, col tempo si sono raccolte centinaia di presepi, alcuni acquistati e altri donati dagli autori, o da privati e istituzioni pubbliche e private.

Il Museo raccoglie presepi, anche scenografici, e figure di notevole pregio storico e artistico: più di 1.000 gruppi presepiali, per un totale di migliaia di pezzi, provenienti da tutte le regioni italiane e da decine di nazioni, offrono una panoramica ampia ed esaustiva sulle varie interpretazioni ed ambientazioni della Natività, oltre ad una esemplificazione dei materiali che possono essere utilizzati.

Sono esposti presepi, rappresentativi delle migliori firme del settore, in cartapesta leccese, terracotta siciliana, legno, ceramica, vetro, madreperla, pietra, carbone, panno, marzapane, uova, foglie di mais ecc., oltre ad alcune statue napoletane dei secoli XVIII e XIX. Tra i pezzi più antichi, un presepio costruito con piccole conchiglie (Sicilia – Sec. XVII), un S. Bambino in avorio (Sec. XVII), una serie di statue di scuola bolognese (Sec. XVIII).

Tra i presepi scenografici, da citare, oltre ad un grande presepio in stile settecentesco napoletano, diverse opere della scuola catalana del gesso, nonché dei più noti “Maestri” del presepio italiani e stranieri.

Per informazioni: http://www.presepio.it/

sabato 5 dicembre 2015

La prima della Scala




Come tradizione, il 7 dicembre, Sant'Ambrogio, avrà luogo l'apertura della stagione lirica del Teatro alla Scala di Milano.

Quest'anno l'opera rappresentata è Giovanna d'Arco di Giuseppe Verdi, diretta da Riccardo Chailly.

Giovanna d'Arco è un dramma lirico di Giuseppe Verdi, su libretto di Temistocle Solera, rappresentato per la prima volta il 15 febbraio 1845, tratto parzialmente dal dramma di Friedrich Schiller La Pulzella d'Orléans.

Dopo il discreto successo de I due Foscari al teatro Argentina, Verdi fu a Milano per un'opera vecchia e un'opera nuova. All'apertura della stagione di carnevale 1845 (ovvero il 26 dicembre 1844) provvidero I Lombardi alla prima crociata. Qualche settimana dopo, la sera del 15 febbraio 1845, andò in scena Giovanna d'Arco, che Temistocle Solera, su commissione del Teatro alla Scala, aveva tratto dal dramma di Schiller La vergine d'Orléans. Solera ridusse a cinque i personaggi, che nel dramma di Schiller erano venticinque, e, mentre nel dramma originario Giovanna d'Arco si innamora di un nemico inglese, nell'adattamento di Solera la protagonista s'innamora del re francese Carlo VII. Il libretto di Solera è stato definito «un cumulo d'incongruenze e un'offesa continua al buon gusto artistico e alla verità storica». Verdi iniziò a comporre questa sua nuova opera il 9 dicembre 1844, e terminò la composizione il 6 gennaio 1845; iniziò a strumentarla il 12 gennaio, mentre erano già in corso le prove.

Gli interpreti principali erano Erminia Frezzolini, Antonio Poggi e Filippo Colini. L'opera a Milano ebbe un buon successo e le recensioni dell'epoca registrano molti elogi soprattutto per la performance della Frezzolini. Venne poi rappresentata a Firenze (dove inizialmente non piacque), a Senigallia, dove ottenne grande successo di pubblico, e a Roma, dove il titolo fu cambiato in Orietta di Lesbo e l'ambientazione mutata per motivi di censura, intendendosi evitare di mettere in scena una santa cristiana.

Oggi l'opera è raramente rappresentata, probabilmente a causa della debolezza drammaturgica del libretto, ma in passato ha conosciuto molte riprese, e il ruolo di Giovanna fu interpretato anche da cantanti di fama internazionale come (Renata Tebaldi, Montserrat Caballé, Katia Ricciarelli, Susan Dunn, June Anderson, Mariella Devia). Alcuni bravi Carlo VII furono Carlo Bergonzi e Plácido Domingo. Da ricordare il Giacomo di Sherrill Milnes.

Una ripresa dell'opera in tempi moderni è avvenuta, con successo, al Festival della Valle d'Itria di Martina Franca nel luglio 2013 in cui, a vestire i panni dell'eroina francese, è stata Jessica Pratt.

Il 7 dicembre 2015, serata inaugurale della stagione scaligera 2015-2016, Riccardo Chailly dirigerà Giovanna d'Arco per la prima volta nel teatro dal 23 settembre 1865. Saranno Anna Netrebko, Francesco Meli e Carlos Álvarez gli interpreti di questa produzione curata da Moshe Leiser e Patrice Caurier.

mercoledì 2 dicembre 2015

Storia d'Italia: Carlo V e Francesco I



Con la formazione della Lega di Cambrai (1508), voluta dal papa Giulio II in funzione antiveneziana, i francesi fecero ritorno in Italia, sconfiggendo nel 1509 con la battaglia di Agnadello i Veneziani, ma in seguito destando le preoccupazioni dei principi della penisola. Il pontefice costituì allora una Lega Santa che nel 1513 costrinse i francesi alla ritirata. Le mire francesi sull'Italia furono ereditate nel 1515 da Francesco I di Valois, che fu protagonista insieme al rivale Carlo V di una lunga lotta per l'egemonia continentale che ebbe in Italia il suo principale teatro. Col trattato di Noyon del 1516 le due grandi contendenti riconoscevano le rispettive conquiste: alla Francia veniva confermato il possesso del Ducato di Milano, alla Spagna quello del Regno di Napoli. Ma l'accordo non bastò a spegnere le rivalità, che esplosero nuovamente nel 1519 con l'elezione a Sacro Romano Imperatore di Carlo V, già re di Spagna, Napoli e Sicilia. Nel 1521 le armate francesi scesero nuovamente in Italia con l'obiettivo di riconquistare il reame napoletano, ma furono sconfitte nelle battaglie della Bicocca, di Romagnano e di Pavia, durante la quale lo stesso Francesco I fu fatto prigioniero e condotto a Madrid per poi essere liberato solo dopo la cessione di Milano agli spagnoli (1525).

L'allarme per la crescente potenza degli Asburgo portò alla costituzione della Lega di Cognac, promossa dal papa Clemente VII e siglata dal sovrano francese insieme alle repubbliche di Venezia e Firenze. Un'alleanza fragile che non fu in grado di evitare il terribile sacco di Roma del maggio 1527 ad opera dei Lanzichenecchi, soldati imperiali di origine prevalentemente tedesca e fede luterana. Tale episodio suscitò orrore e costernazione in tutto il mondo cattolico e costrinse il papa, asserragliato in Castel Sant'Angelo, alla pace con l'imperatore, dal quale ottenne la restaurazione dei Medici a Firenze, dove si era costituita una repubblica (1527-1530). Il 5 agosto 1529 venne stipulata la pace di Cambrai, con la quale la Francia rinunciava alle mire sull'Italia mentre la Spagna vedeva riconosciuto il possesso di Napoli e Milano.

L'equilibrio fu nuovamente infranto nel 1542, con l'inizio di una nuova fase di conflitti franco-spagnoli in territorio italiano. Gli scontri ebbero esiti alterni, sanciti da deboli trattati di pace (come la pace di Crépy del 1544) e continuarono anche dopo la morte di Francesco I e l'ascesa al trono del suo successore Enrico II nel 1547. Ma lo scenario internazionale mutò di colpo nel 1556, quando Carlo V abdicò dopo aver diviso i suoi possedimenti fra il figlio Filippo II e il fratello Ferdinando I. Furono proprio Enrico e Filippo a stipulare nel 1559 la pace di Cateau-Cambrésis, che mise fine definitivamente allo scontro tra Francia e Spagna per l'egemonia europea e sancì, dopo un sessantennio di guerre continue, quella fine della libertà italiana avviata dalla spedizione di Carlo VIII nel 1494. La Spagna consolidò la propria posizione di dominio in Italia, destinata a durare fino al 1714, anno della conclusione della guerra di successione spagnola e dell'avvento dell'Austria come potenza egemone sulla penisola.

Da questo momento si può considerare esaurita la parabola del Rinascimento: l'Italia è quasi interamente soggetta alla corona spagnola ed è interessata da quel processo di reazione della Chiesa cattolica al luteranesimo che va sotto il nome di Controriforma. Il periodo che seguì la fine delle guerre d'Italia - dalla seconda metà del XVI a tutto il XVII secolo - è stato a lungo etichettato come Età della decadenza, una formula per molti versi semplicistica che è stata fatta oggetto di profonda revisione da molti storici del XX secolo.

40 CONTINUA.

venerdì 27 novembre 2015

19° Giornata Nazionale della Colletta alimentare



CONDIVIDERE I BISOGNI PER CONDIVIDERE IL SENSO DELLA VITA

«LA FAME OGGI HA ASSUNTO LE DIMENSIONI DI UN VERO “SCANDALO” CHE MINACCIA LA VITA E LA DIGNITÀ DI TANTE PERSONE. OGNI GIORNO DOBBIAMO CONFRONTARCI CON QUESTA INGIUSTIZIA, MI PERMETTO DI PIÙ, CON QUESTO PECCATO […]. NON POSSIAMO COMPIERE UN MIRACOLO COME L’HA FATTO GESÙ; TUTTAVIA POSSIAMO FARE QUALCOSA, DI FRONTE ALL’EMERGENZA DELLA FAME, QUALCOSA DI UMILE, E CHE HA ANCHE LA FORZA DI UN MIRACOLO. PRIMA DI TUTTO POSSIAMO EDUCARCI ALL’UMANITÀ, A RICONOSCERE L’UMANITÀ PRESENTE IN OGNI PERSONA, BISOGNOSA DI TUTTO. CONTINUATE CON FIDUCIA QUESTA OPERA, ATTUANDO LA CULTURA DELL’INCONTRO E DELLA CONDIVISIONE. […] CONDIVIDERE CIÒ CHE ABBIAMO CON COLORO CHE NON HANNO I MEZZI PER SODDISFARE UN BISOGNO COSÌ PRIMARIO, CI EDUCA A QUELLA CARITÀ CHE È UN DONO TRABOCCANTE DI PASSIONE PER LA VITA DEI POVERI.»

- PAPA FRANCESCO, UDIENZA DEL 3 OTTOBRE 2015, IN AULA PAOLO VI, CON IL BANCO ALIMENTARE 

GRATI PER QUANTO IL SANTO PADRE CI HA DETTO E DESIDEROSI DI FARNE ESPERIENZA, TI INVITIAMO A VIVERE CON NOI LA COLLETTA ALIMENTARE.



sabato 21 novembre 2015

Santuario Abbazia di Montevergine



Il santuario di Montevergine è un complesso monastico mariano di Mercogliano, situato nella frazione di Montevergine: è monumento nazionale. L'abbazia territoriale di Montevergine è una della sei abbazie territoriali italiane. Al suo interno viene venerato il quadro della Madonna di Montevergine e si stima che ogni anno sia visitato da circa un milione e mezzo di pellegrini.

La storia del santuario di Montevergine è strettamente legata alla figura di Guglielmo da Vercelli, un monaco eremita vissuto tra l'XI e il XII secolo, attratto dai pellegrinaggi nei luoghi della cristianità. Rientrato in Italia dopo un lungo viaggio a Santiago di Compostela, decise di intraprendere un nuovo pellegrinaggio verso Gerusalemme ed al fine di prepararsi spiritualmente si rifugiò presso il monte Serico, ad Atella, dove è protagonista della guarigione di un cieco. Ripreso il viaggio verso la terra santa, giunge a Ginosa, incontrandosi con Giovanni da Matera, il quale gli consiglia di rinunciare al pellegrinaggio e di operare per il servizio divino nelle terre d'Occidente: Guglielmo rifiuta i consigli del santo e prosegue per il suo cammino fino a che non viene malmenato da un gruppo di briganti. Ricordatosi delle parole di Giovanni e dopo una lunga riflessione spirituale, comprende la nuova strada da seguire, ossia quella di ritirarsi in solitudine e dedicarsi alla meditazione. Giunto in Irpinia, sente che la volontà di Dio è quella di farlo risiedere su un monte, oggi conosciuto come Partenio, ad una altitudine di oltre mille metri.

Con il passare del tempo la fama di santità di Guglielmo aumentò sempre più, tanto che sul monte, spontaneamente, iniziarono ad arrivare uomini desiderosi di abbracciare uno stile di vita dedito alla preghiera e alla solitudine: in poco tempo numerose celle, fatte per lo più con fango e malta, ospitarono numerosi monaci. Allo stesso tempo si decise anche la costruzione di una chiesa, consacrata nel 1126, dedicata alla Madonna, ma, contrariamente a quanto è spesso raccontato, non si verificò alcuna apparizione: Guglielmo seguì soltanto la sua profonda devozione nei confronti della Vergine Maria. Ben presto i monaci di Montevergine si riunirono in una congregazione detta Verginiana, riconosciuta ufficialmente l'8 agosto 1879 da papa Leone XIII: nel corso dei secoli la congrega ha svolto servizio sia di evangelizzazione, utilizzando addirittura il dialetto locale pur di arrivare ai ceti più bassi della società, sia di cura dei malati, con la costruzione di numerosi nosocomi in Campania e nel resto del sud Italia. Dopo la morte di San Guglielmo, nel 1142, il santuario raggiunse il periodo di massimo splendore tra il XII ed il XIV secolo, quando si arricchì di numerose opere d'arte e si espanse notevolmente grazie alle offerte di feudatari, papi e re: fu in questo periodo che venne donato il dipinto della Madonna, oggi venerato nella basilica cattedrale, ma anche numerose reliquie, tra cui le ossa di San Gennaro, che furono poi trasferite nel duomo di Napoli nel 1497.

Tra il 1378 ed il 1588 il santuario di Montevergine visse una profonda crisi sia dal punto di vista spirituale sia economico, accentuata da una commenda del 1430, che assegnava ad uomini senza alcun interesse cristiano le offerte deposte per l'abbazia. Dal 1588 fino all'inizio del XIX secolo la vita monastica scorse abbastanza tranquilla, anche se nel 1611 la foresteria fu gravemente danneggiata da un incendio e nel 1629 si assistette al crollo della navata centrale della chiesa; dal 1807, anno in cui il corpo di San Guglielmo fu traslato dall'abbazia del Goleto a Sant'Angelo dei Lombardi a Montevergine, al 1861 un nuovo periodo di crisi mise seriamente a rischio la vita della congregazione stessa: il 28 maggio 1868 il consiglio di stato sancì che le abbazie non dovessero essere soggette ad alcun tipo di soppressione economica e quindi tutti i beni confiscati negli anni precedenti vennero nuovamente restituiti; nello stesso anno il santuario fu dichiarato monumento nazionale.

All'inizio del XX secolo la situazione migliorò notevolmente ed il santuario ritornò a godere dell'antica fama, diventando uno dei più visitati del sud Italia: addirittura durante la seconda guerra mondiale, precisamente dal 1939 al 1946, ospitò segretamente la Sacra Sindone di Torino, fortemente voluta da Adolf Hitler. Notevoli furono le novità apportate in questo periodo, come la ristrutturazione della foresteria, del monastero e della basilica antica, l'apertura nel 1956 della funicolare che collegava il centro di Mercogliano al santuario in soli 7 minuti, evitando ai pellegrini una strada stretta e tortuosa, precorsa all'epoca da carri trainati da muli o a piedi, l'inaugurazione della nuova basilica, progettata dall'Arch. Florestano Di Fausto, nel 1961, sul cui altare maggiore venne posto il quadro della Madonna; sempre agli anni sessanta risalgono la cripta, che contiene le spoglie di San Guglielmo, la sala degli ex voto ed un museo, riorganizzato secondo i moderni standard solo nel 2000, che raccoglie i numerosi reperti archeologici o gioielli ed opere d'arte portati dai pellegrini o ritrovati intorno al santuario; infatti in zona sorgeva, in epoca romana, un tempio dedicato a Cibele. Oltre al complesso che sorge sul monte Partenio, appartiene al santuario anche il Palazzo abbaziale di Loreto, ubicato nel centro della città di Mercogliano. Al suo interno trovano sede una farmacia risalente al 1753 ed una biblioteca. Il 25 giugno 2012, dopo un accurato restauro, il quadro della Madonna è stato nuovamente collocato all'interno della Basilica antica, nella cappella dedicata al Crocifisso.

lunedì 16 novembre 2015

Abbazia di Nonantola

Abbazia di Nonantola


L'abbazia di Nonantola è un'importante abbazia benedettina sita nel comune di Nonantola in provincia di Modena.

L'abbazia fu fondata nel 752 dall'abate Anselmo (che da laico era stato duca del Friuli e che era diventato monaco benedettino) sul territorio ricevuto in dono dal proprio cognato, il re Astolfo. Per i longobardi la fondazione dell'abbazia dava la possibilità di far sentire l'influenza longobarda nella fascia di confine con l'esarcato bizantino e permettere la valorizzazione agricola della zona.

Nella donazione era ricompreso, oltre a un vasto territorio per lo più paludoso intorno al luogo dove è stata costruita l'abbazia, anche un vasto possesso di boschi nella zona appenninica di Fanano.

La chiesa abbaziale fu dedicata a Maria Vergine ed a San Benedetto, poi ai santi Apostoli, successivamente a San Silvestro, quando avvenne la traslazione di questo papa da Roma a Nonantola. A tutt'oggi l'abbazia custodisce alcune reliquie dello stesso san Silvestro.

L'abbazia subì il saccheggio degli Ungari nell'899 e il terremoto del 1117, ma continuò a svolgere un ruolo importante, non solo di carattere religioso. Fu la sede dell'incontro fra papa Marino e l'imperatore Carlo il Grosso e il luogo di sepoltura di papa Adriano.

L'importanza storica dell'abbazia e il suo ruolo nella bonifica agraria di una vasta parte della pianura modenese non trova una corrispondente importanza dal punto di vista architettonico. La costruzione dell'attuale chiesa, in stile romanico, è iniziata a partire dall'VIII secolo dal coevo monastero benedettino di cui si sono conservate le sale del refettorio. Sono attribuite ad allievi di Wiligelmo (che aveva operato nel duomo di Modena) le decorazioni del portico, in particolare due leoni stilofori ed alcune formelle di marmo, tra cui quella con l'Adorazione dei Magi. La cripta presenta 64 colonne che secondo l'uso del tempo hanno capitelli di stili diversi (sono infatti di diversa provenienza, recuperati e riutilizzati nel restauro del 1913-17).

L'abbazia conserva uno dei più importanti tesori delle cattedrali italiane, formato da stauroteche della Santa Croce del Signore, lipsanoteche e rarissime reliquie tessili del IX secolo rinvenute per caso in abbazia del 2002 ed in archivio. Il pezzo più importante è la stauroteca della Santa Croce di Gesù, contenente uno dei maggiori frammenti conosciuti al mondo della Santa Croce del Signore, giunto a Nonantola da Costantinopoli al tempo dei primi abati che fungevano da ambasciatori per Carlo Magno presso l'Impero d'Oriente. Altri oggetti degni di menzione sono il braccio di San Silvestro, la cassetta-reliquiario in argento contenente le calotte craniche dei martiri Senesio e Teopompo (martirizzati a Nicomedia nel 303), e la cassettina in avorio.

Dal 2011 sono in esposizione anche due straordinari sacri tessuti datati IX-X secolo. Si tratta di un tessuto rosso (di chiara e sicura fattura presso gli opifici di Costantinopoli) con aquile all'interno di orbicoli e di un tessuto bianco con ricamati leprotti, leonesse e cervi (di fattura dell'Egitto fatimita o dell'Italia Meridionale). I due tessuti facevano parte del corredo funebre di san Silvestro I papa e sono in ottime condizioni di conservazione nonostante i diversi secoli. Il tesoro dell'abbazia è oggi visibile presso il museo benedettino e diocesano, situato a pochi metri della chiesa.

martedì 10 novembre 2015

Ennio Morricone



Ennio Morricone (Roma, 10 novembre 1928) è un compositore, musicista e direttore d'orchestra italiano. Con una formazione da trombettista, ha scritto le musiche di più di 500 tra film e serie TV, oltre che opere di musica contemporanea. La sua carriera include un'ampia gamma di generi compositivi, che fanno di lui uno dei più versatili, prolifici ed influenti compositori di colonne sonore di tutti i tempi. Le musiche di Morricone sono state usate in più di 60 film vincitori di premi.

Nato a Roma, la produzione di musica assoluta di Morricone include più di 100 brani classici composti a partire dal 1946. Nel corso dei tardi anni cinquanta fu assunto come arrangiatore di studio dalla RCA italiana, ruolo nel quale arrangiò oltre 500 canzoni, lavorando con musicisti come Paul Anka, Chet Baker e Mina. Ciò che diede però fama mondiale a Morricone come compositore furono le musiche prodotte per il genere del western all'italiana, che lo portarono a collaborare con registi come Sergio Leone, Duccio Tessari e Sergio Corbucci, con titoli come la Trilogia del dollaro, Una pistola per Ringo, La resa dei conti, C'era una volta il West, Il grande silenzio, Il mercenario, Giù la testa, Il mio nome è Nessuno.

Durante gli anni sessanta e settanta, Morricone compose per numerosi generi cinematografici, che andavano dalla commedia al melodramma, al thriller ai film storici, consolidando il successo commerciale con parecchie composizioni. Tra il 1964 ed il 1980 poi Morricone fu anche trombettista e co-compositore con il gruppo avanguardistico di improvvisazione libera Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza. Nel 1978 scrisse il tema ufficiale dei mondiali di calcio.

Dagli anni settanta Morricone fu un nome di rilievo anche nel cinema hollywoodiano, componendo musiche per registi americani come John Carpenter, Brian De Palma, Barry Levinson, Mike Nichols ed Oliver Stone. Morricone scrisse le musiche per numerose pellicole premiate all'Academy Award come I giorni del cielo, Mission, The Untouchables - Gli intoccabili, Nuovo Cinema Paradiso. Negli anni ottanta e novanta, Morricone continuò inoltre a comporre musiche per registi europei.

Nel 2007 Morricone ha ricevuto l'Academy Honorary Award "per i suoi contributi magnificenti e sfaccettati all'arte della musica da film". Nella sua carriera è stato nominato agli Oscar per 5 volte tra il 1979 ed il 2001. Morricone ha poi vinto tre Grammy Awards, due Golden Globes, cinque BAFTAs tra il 1979 ed il 1992, dieci David di Donatello, undici Nastro d'Argento, due European Film Awards, un Golden Lion Honorary Award ed un Polar Music Prize.

Ennio Morricone è Accademico Effettivo dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia e socio dell'associazione Nuova Consonanza impegnata in Italia nella diffusione e produzione di musica contemporanea. Morricone ha venduto più di 70 milioni di dischi.

lunedì 9 novembre 2015

Barzanò: la Canonica di San Salvatore

La Canonica


Barzanò è posto a quasi uguale distanza da Como-Monza-Lecco, in un territorio verdeggiante sulle colline dell'alta Brianza dalle quali si gode un panorama suggestivo che spazia dal San Genesio al Resegone e alle Grigne, dai Corni di Canzo alla catena delle Alpi fra cui spicca il monte Rosa, alla immensa pianura lombarda fino ad arrivare agli Appennini. Chi si trovasse da quelle parti non può non fermarsi ad ammirare la Canonica di San Salvatore.

Le origini della chiesa di San Salvatore risalgono alla tarda antichità. Allorché l'imperatore Gioviano fece chiudere i templi pagani e Teodosio I rese obbligatorio il culto cristiano nella città di Milano, parecchi patrizi gentili, tenaci della religione dei loro padri e dell'antico impero, si rifugiarono nei villaggi lombardi della Insubria per sacrificare agli antichi dei impunemente, edificando perciò sacelli, delubri e rifugi. Fra questi fuoriusciti un certo Novelliano Pandaro venne a stabilirsi verso il 381 nel pago di Barzanova, dove, per adempiere ad un voto, eresse un delubro dedicato a Giove Summano. Questo delubro consisteva in origine in un corpo fabbrica quadrato di solidissime mura con finestrelle rettangolari a guisa di feritoie. In virtù della robusta costruzione, l'edificio poté resistere all'urto del tempo e delle vicende. Verso il 700 fu restaurato e ridotto a chiesa cristiana.

Dalla forma delle colonne e dei capitelli e dalla struttura in cui è inserita la porta, si può pensare che l'edificio, come appare oggi, possa risalire ad epoca longobarda, quando fu costruito il castello, poi distrutto nel 1220. Questa deduzione potrebbe spiegare anche il fatto che prima la chiesa, che sorgeva in cima al piccolo colle, ora si trovi su un fianco dell'altura che potrebbe essersi formata dall'accumulo delle macerie del castello distrutto.

Nel corso dei secoli, l'edificio religioso ha subito alcuni ampliamenti e restauri: rifacimenti dei soffitti e ricostruzione del campanile (1611) per ordine del cardinale Federico Borromeo, sulle rovine del vecchio caduto nel 1550.

All'interno sono rimasti i resti del battistero ottagonale con la vasca ad immersione costruita in marmi rossi. Una cupola, ora andata perduta, sostenuta da otto colonnette in marmo bianco, copriva il battistero al quale si accedeva scendendo alcuni gradini.

Nel secolo scorso la chiesa fu sottoposta a radicale restauro, che portò alla scoperta dell'ampliamento ottenuto con l'aggiunta della parte anteriore. Sulla facciata della piccola chiesa, sopra il portoncino d'ingresso, era ancora parzialmente visibile un affresco della Madonna con due angeli adoranti; il dipinto era decorato da una ghirlanda di melograni e viti, esempio della simbologia cristiana. Nella chiave del portale su una lapide bianca si legge un misterioso nome: "Qui fecit hoc opus appellatur Serin Petrus" ("colui che fece quest'opera si chiama Serin Petrus").


giovedì 5 novembre 2015

Storia d'Italia: la discesa di Carlo VIII in Italia

L'Italia nel 1499


La riapertura delle ostilità dopo il quarantennio di pace seguito agli accordi di Lodi scaturì dall'iniziativa del re di Francia Carlo VIII, che discese in Italia alla testa di un esercito di 25.000 uomini con l'obiettivo di riconquistare il regno di Napoli, sul quale vantava diritti in virtù del legame dinastico con gli Angioini. 

La conquista del reame napoletano rappresentava per Carlo la premessa indispensabile per estendere il proprio controllo all'intera penisola e per affrontare direttamente la minaccia turca. La spedizione del re francese incontrò il favore di molti principi italiani, che intendevano approfittare della sua potenza per conseguire obiettivi propri: il duca di Milano Ludovico il Moro ottenne grazie all'appoggio di Carlo VIII la cacciata del nipote Gian Galeazzo Visconti, che insidiava il suo potere; a Firenze gli avversari dei Medici aprirono le porte della città ai francesi costringendo alla fuga Piero il Fatuo e restaurando la repubblica sotto la guida di Savonarola. Anche i cardinali romani ostili ad Alessandro VI Borgia puntavano alla sua deposizione, ma il papa spagnolo scongiurò colpi di mano garantendo al re il passaggio attraverso i territori pontifici e offrendo suo figlio Cesare come guida in cambio del giuramento di fedeltà.

Il 22 febbraio 1495 Carlo VIII entrò a Napoli, sostenuto da buona parte dei baroni del regno che si erano schierati dalla sua parte contro Ferdinando II d'Aragona. Ma la conquista non poté essere consolidata, vista l'avversione che la sua impresa aveva suscitato anche da parte di coloro che inizialmente l'avevano favorita: Milano, Venezia e il papa costituirono una lega antifrancese, alla quale diedero il proprio appoggio anche l'imperatore Massimiliano e la Spagna dei Re Cattolici. 

Anche se la lega non riuscì a ottenere una vittoria decisiva, con la Battaglia di Fornovo (luglio 1495) riuscì a costringere il sovrano a riparare in Francia. Le ostilità ripresero nel 1499 con la discesa in Italia di Luigi XII, successore di Carlo. Il nuovo sovrano conquistò il Ducato di Milano in forza dei diritti ereditati dalla nonna Valentina Visconti e nel 1501 i francesi occuparono Napoli, ma furono sconfitti dai rivali spagnoli nella Battaglia del Garigliano (1503). Fra il 1499 e il 1503 Cesare Borgia, figlio del papa Alessandro VI, conquistò un dominio a cavallo fra le Marche e la Romagna, grazie anche all'appoggio della Francia e a una politica violenta e spregiudicata. La morte del pontefice nell'agosto del 1503 travolse anche il fragile regno del figlio, che morì sotto le mura di Viana, in Navarra, nel 1507, combattendo a difesa del cognato Giovanni III d'Albret. Nel marzo del 1508, con la battaglia di Rusecco, la Serenissima sottrasse a Massimiliano I le città di Gorizia, Trieste e Fiume. 

Il nuovo Papa, Giulio II, temendo l'espansione della Serenissima, nel dicembre dello stesso anno, a Cambrai, stipulò un accordo segreto contro la Repubblica di Venezia, con la Francia, la Spagna, il Sacro Romano Impero, il Ducato di Ferrara, il Ducato di Savoia e il Marchesato di Mantova. Questo accordo prese il nome di Lega di Cambrai dalla città stessa.

39. CONTINUA.

domenica 1 novembre 2015

Expo Milano 2015

Festa conclusiva della manifestazione


Si è chiusa ieri pomeriggio la manifestazione EXPO Milano 2015 alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

In 184 giorni, 21,5 milioni di visitatori da 140 Paesi. Sono i numeri chiave di Expo Milano 2015. In tutto 54 padiglioni costruiti dai Paesi, e 9 cluster per radunare (per la prima volta) 70 Paesi intorno ad alcuni alimenti simbolo: riso, cacao, caffè, frutta, spezie, grano I RECORD - il 10 ottobre è stato toccato il picco assoluto di visitatori in un solo giorno, 272.785 mila. La settimana-record dal 5 all'11 ottobre, con 1.243.701.

60 CAPI STATO - I capi di Stato e di Governo sono stati 60, 300 le visite visite istituzionali. Il continente più rappresentato è stata l'Africa, con 30 Paesi presenti.

20MILA LAVORATORI: 20 mila quelli assunti per i 6 mesi dell'esposizione. Un migliaio quelli impiegati da Expo spa; 8.000 i volontari che - a titolo gratuito e per un massimo di due settimane ciascuno - hanno operato sul sito espositivo. 2 MILIONI STUDENTI: A centinaia le gite scolastiche organizzate sul Decumano da scuole provenienti da tutta Italia. In totale sono stati oltre 2 milioni gli studenti. 2.300 MILITARI: con le operazioni 'Expo' e 'Strade Sicure' sono stati 2.300 i militari che hanno partecipato alle operazioni di sicurezza. Una presenza capillare che ha prodotto in termini di sicurezza questi numeri: 45.234 mezzi controllati, 364 persone identificate, 25 arresti, 100 denunce, 34 fermi, 17 armi sequestrate, 204 articoli contraffatti sequestrati, 142 interventi di soccorso ai visitatori e oltre due milioni di chilometri percorsi in città. Gestiti dalla centrale operativa di via Drago, ha gestito 2.056 interventi.

26 TONNELLATE CIBO RECUPERATO: è quello messo a disposizione del Banco Alimentare, che punta alle 30 tonnellate.

27 EURO DI SPESA MEDIA: i visitatori secondo un'indagine Coldiretti hanno speso in media a Expo 27 euro a testa. Il 32% ha scelto cucina italiana, il 25% ha scelto cucina straniera, il 34% ha provato entrambe.

122 METRI DI BAGUETTE: è la baguette da record farcita di nutella preparata dai panettieri francesi e italiani con l'apporto di Ferrero.

1.595,45 METRI DI PIZZA: è il record del mondo della pizza più lunga realizzato il 20 giugno: è stata suddivisa in 35mila fette e 300 metri sono andati in beneficenza.

L'Italia saluta il mondo che è passato da Expo e spera di rivederlo ancora più numeroso la prossima estate!

Grazie a tutti.

martedì 27 ottobre 2015

Mantova capitale italiana della cultura 2016

Mantova


La città italiana capitale della cultura per il 2016 è Mantova. Lo ha annunciato oggi il ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, Dario Franceschini, in una conferenza stampa al Collegio romano convocata al termine dei lavori della Giuria di selezione.

Le dieci città finaliste erano Aquileia, Como, Ercolano, Mantova, Parma, Pisa, Pistoia, Spoleto, Taranto e Terni. 

Dal luglio 2008 la città d'arte lombarda con Sabbioneta, entrambe accomunate dall'eredità lasciata loro dai Gonzaga che ne hanno fatto tra i principali centri del Rinascimento italiano ed europeo, è stata inserita nella lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.

I primi abitanti di Mantova furono gli Etruschi, ai quali seguirono i Celti. I romani provvidero alla loro cacciata iniziando opere di fortificazione. Durante questo periodo ebbe i natali il poeta Virgilio (70 a.C.-19 a.C.). Alla fine dell'impero romano, nel 475 circa, la città venne conquistata da Odoacre e poi da Teodorico, re dei Goti.

Nell'anno 1000 iniziò su Mantova il dominio dei Canossa: Tedaldo di Canossa prima e la contessa Matilde ampliarono le loro proprietà e provvidero alla edificazione di chiese e conventi. Dopo la morte di Matilde nel 1115, seguirono frequenti scontri con le popolazioni confinanti veronesi, cremonesi e reggiani. Ezzelino da Romano nel 1246 conquistò la città col suo esercito ma dopo due mesi di battaglie venne sconfitto e cominciò per Mantova un'epoca di benessere. In questo periodo venne eretto il Palazzo del podestà e il Ponte dei Mulini e la città venne dotata di possenti mura.

Nel 1276 iniziò l'ascesa di una delle famiglie più potenti del tempo, i Bonacolsi, che costruirono importanti palazzi merlati. Il 16 agosto 1328 venne ferito a morte l'ultimo dei Bonacolsi, Rinaldo detto "Passerino" ad opera di Luigi Gonzaga, spalleggiato dalla famiglia Della Scala di Verona, che ambiva ad impossessarsi della città.

Iniziava così la plurisecolare dominazione della famiglia Gonzaga, che regnò su Mantova fino al 1707. Fu il periodo più importante di Mantova che divenne una delle città più in vista e uno dei massimi centri d'arte in Europa. Pisanello, Leon Battista Alberti, Andrea Mantegna, Giulio Romano e Luca Fancelli lasciarono un'impronta indelebile nell'architettura della città.

Mantova subì una guerra di successione e un saccheggio a opera dei lanzichenecchi, che nel 1630 diffusero la peste. Iniziò il lento declino di Mantova, accompagnato dal tramonto della signoria dei Gonzaga che, nel 1707, lasciò la città in mano agli austriaci. Seguì la dominazione francese e nuovamente austriaca nel 1815, quando Mantova divenne caposaldo del Quadrilatero, assieme a Peschiera, Verona e Legnago.

Nel 1852 avvenne l'eccidio dei Martiri di Belfiore, che anticipò l'unità nazionale. Nel 1866 Mantova entrò a far parte dello Stato Italiano.

Per chi volesse visitare questa incantevole città: http://www.turismo.mantova.it/

giovedì 22 ottobre 2015

Consorzio Aceto balsamico tradizionale di Reggio Emilia



L'Aceto Balsamico Tradizionale (ABT) è un condimento tradizionale della cucina emiliana, prodotto con mosti cotti d'uve provenienti esclusivamente dalla province di Modena e Reggio Emilia, fermentati, acetificati ed in seguito invecchiati per almeno dodici anni.

Pur affondando le proprie radici, probabilmente, già in età romana, la sua produzione è documentata a partire dal 1046. Fu molto apprezzato nel rinascimento dagli estensi, che lo fecero conoscere all'alta aristocrazia e a numerosi regnanti.

Prodotto fra i più apprezzati - e sovente anche imitati - della cucina italiana, dal 2000 è tutelato dal marchio di denominazione di origine protetta (DOP), riconosciuto in due differenti denominazioni - Aceto Balsamico Tradizionale di Modena (ABTM) e Aceto Balsamico Tradizionale di Reggio Emilia (ABTRE). Il processo di trasformazione dei mosti può avvenire solo nelle particolari condizioni ambientali e climatiche tipiche dei sottotetti delle vecchie abitazioni e solo in un territorio piuttosto limitato, caratterizzato da inverni rigidi e estati calde e ventilate. Per queste ragioni non può essere ottenuto con lavorazioni industriali o su larga scala, per cui la sua la produzione è molto limitata e il prezzo piuttosto elevato.

Non è da confondersi con l'Aceto Balsamico di Modena IGP, che è un vero e proprio aceto di vino - non un condimento - tutelato con un disciplinare differente.

Per chi volesse approfondire la conoscenza: http://www.acetobalsamicotradizionale.it/home_it.php

venerdì 16 ottobre 2015

La cappella di Teodolinda




La cappella di Teodolinda si trova nel Duomo di Monza, a sinistra dell'abside centrale. Vi si conserva, in un'apposita teca nell'altare, la corona ferrea, inoltre è decorata da un ciclo di affreschi degli Zavattari, famiglia di pittori con bottega a Milano, che è il maggior esempio di ciclo pittorico dell'epoca tardo gotica lombarda.

Dopo quasi sei anni di minuziosi e sapienti restauri tra pazienti colpi di pennellino e nanotecnologie torna quindi a splendere il capolavoro quattrocentesco della celeberrima bottega degli Zavattari.

La cappella venne eretta, insieme alla gemella di destra dedicata alla Vergine, nell'ambito della rielaborazione della testata absidale che coinvolse la fabbrica trecentesca del duomo di Monza, alla fine del XIV secolo. Non è chiaro se pitture murali che la rivestono siano state commissionate dal duca Filippo Maria Visconti, del quale è raffigurato lo stemma con la scritta "FI MA", oppure costituiscano il riflesso di un orientamento locale favorevole ad una successione interna alla dinastia attraverso Bianca Maria Visconti, figlia naturale di Filippo Maria, andata in sposa nel 1441 a Francesco Sforza, la cui figura s'intravvede in filigrana dietro le vicende della regina longobarda. Come ha chiarito un documento notarile rinvenuto alcuni anni fa, la decorazione fu realizzata dalla famiglia Zavattari tra il 1441 circa e il 1446. "Dominus" dell'impresa fu Franceschino Zavattari, figlio del mastro vetraio Cristoforo, coadiuvato dal figlio maggiore Gregorio e da un altro figlio Giovanni (un terzo figlio, Ambrogio, di cui è nota l'attività non è menzionato). Nel 2008 è iniziato un programma di restauro dei dipinti, affidato ad Anna Lucchini e coordinato dalla Fondazione Gaiani con il sostegno del World Monument Found, che si è concluso nel gennaio 2015.

domenica 11 ottobre 2015

La strada delle Abbazie





La Strada delle Abbazie è un percorso turistico che intende promuovere il territorio di Milano e provincia attraverso la valorizzazione del patrimonio ecclesiastico tra Parco Agricolo Sud e Parco del Ticino. L'obiettivo del progetto è quello di promuovere i siti culturali lungo la Strada delle Abbazie attraverso l’individuazione di un’offerta culturale, naturalistica ed enogastronomica.

Diversi sono gli itinerari percorribili:

  • Da Monluè a Chiaravalle, a Viboldone
  • Da Viboldone a S. Maria in Calvenzano
  • Da S. Maria in Calvenzano a Mirasole
  • Da Mirasole a Morimondo
  • Da Morimondo a San Pietro in Gessate

Un percorso da seguire anche in bicicletta che consente di scoprire scorci inaspettati tra cascine, campi, risaie, fontanili, mulini e corsi d’acqua. E' un'occasione unica per vivere la natura e i beni storici e artistici di cui questo ambiente è ricchissimo.

Una serie di percorsi ciclabili che da Milano si snodano verso il Parco Agricolo Sud e il Parco del Ticino lungo la Strada delle Abbazie, costeggiando, in alcuni tratti, i Navigli. Gli itinerari più lunghi possono essere suddivisi in tappe per meglio ammirare le Abbazie.

Per sapere tutto, ma proprio tutto, sulla strada delle abbazie: 

lunedì 5 ottobre 2015

Consorzio della Cipolla rossa di Tropea





La cipolla rossa di Tropea è il nome dato alla cipolla rossa (Allium cepa) coltivata tra Nicotera, in provincia di Vibo Valentia, e Campora San Giovanni, nel comune di Amantea, in provincia di Cosenza, e lungo la fascia tirrenica. Viene prevalentemente prodotta tra Briatico e Capo Vaticano. Le particolari sostanze contenute nei suoli di questa zona la rendono dolce e non amara.

È composta da varie tuniche concentriche carnose di colorito bianco e con involucro rosso; è coltivata in queste zone da oltre duemila anni, importata dai Fenici, e da oltre un secolo, ora abbinata al turismo, contribuisce allo sviluppo socio-economico della zona. La dolcezza dell'ortaggio dipende dal microclima particolarmente stabile nel periodo invernale, senza sbalzi di temperatura per l'azione di mitezza esercitata dalla vicinanza del mare, e dei terreni freschi e limosi, che determinano le caratteristiche pregiate del prodotto. Difesa.

La forma è rotonda od ovoidale.

Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia, fa riferimento alla cipolla rossa come rimedio per curare una serie di mali e di disturbi fisici.

Il bulbo ha molti effetti benefici; uno di questi è il potere antisclerotico che porta beneficio per il cuore e le arterie, e previene il rischio di infarto.

Una delle sue proprietà è quella di essere un sedativo naturale, utile a conciliare il sonno.

Per maggiori informazioni: http://www.consorziocipollatropeaigp.com/

sabato 3 ottobre 2015

Asparago verde di Altedo





Oggi conosciamo l'asparago verde di Altedo. 

L’asparago Verde di Altedo può esser prodotto solamente in alcuni comuni della Provincia di Bologna e di Ferrara.

Gli asparagi sono il primo germoglio di una pianta originaria del continente asiatico, ma presente in Italia da moltissimo tempo poiché nei nostri boschi ne troviamo di varietà selvatiche e spontanee. Le piante di asparago spontanee sono verdi, sottili e molto saporiti. Le varietà coltivate erano note già al tempo degli egiziani, ma anche dei greci e degli antichi romani. Ci sono infatti citazioni storiche di Plinio e di Catone, ma anche il primo ministro della Prussia, Bismark ne era molto goloso.

Al tempo dell’antica Roma, gli asparagi della zona di Ferrara e Bologna, erano considerati una prelibatezza molto pregiata, tant’è che venivano inviati alla capitale avvolti in una carta speciale per mantenerli freschi.

L’asparago verde di Altedo cresce e viene coltivato solamente in terra sabbiosa o franco sabbiosa e argillosa. Il terreno deve essere correttamente preparato per impiantare le piante con una profondità di minimo 40 centimetro e massimo 60 centimetri.

I terreni inoltre devono essere drenati correttamente per evitare i ristagni di acqua. Saranno creati dei solchi per la messa a terra delle piantine e dovranno avere una profondità di 25-35 cm, su file a distanza minima di 1 metro. A livello fitosanitario è possibile concimare chimicamente e con sostanze organiche, come il letame.

Per chi volesse approfondire la conoscenza: http://www.asparagoverde-altedo.it/

sabato 26 settembre 2015

Consorzio del pecorino siciliano



Oggi conosciamo il pecorino siciliano.

Il Pecorino Siciliano, in siciliano Picurinu Sicilianu, è un formaggio a Denominazione di origine protetta prodotto esclusivamente con latte di pecora nel territorio siciliano.

Il più antico formaggio prodotto in Sicilia, probabilmente il più antico d'Europa. Conosciuto già dai greci ai tempi di Omero e molto apprezzato dagli antichi romani. 

Oggi, il marchio di denominazione d'origine protetta garantisce un prodotto di antichissima tradizione che trova le sue origini nella storia della Sicilia.

Il 12 giugno 1996 la Commissione europea riconosce la DOP con decreto CE n. 1107/96.

È un formaggio a pasta semidura bianca, dal colore e sapore forte. Di forma cilindrica, con una faccia leggermente concava, la forma tipo ha un peso variabile di kg 12 più o meno il 15%.

Il pecorino siciliano viene prodotto unicamente con latte di pecora crudo intero a cui viene aggiunto il caglio in un tino di legno. Si passa poi all'incanestratura e successivamente alla salatura. Può essere consumato ad un livello più o meno alto di stagionatura. Le sue caratteristiche cambiano secondo il livello di stagionatura, anche se per poter essere marchiato necessita di un minimo di quattro mesi di stagionatura.

Viene prodotto in tutta la Sicilia, ma soprattutto nelle province di Agrigento, Caltanissetta, Enna, Trapani e Palermo.

lunedì 21 settembre 2015

Rosario Livatino



Rosario Angelo Livatino (Canicattì, 3 ottobre 1952 – Agrigento, 21 settembre 1990) è stato un magistrato italiano assassinato dalla Stidda.

Rosario Livatino nacque a Canicattì nel 1952, figlio di un avvocato di nome Vincenzo Livatino e di Rosalia Corbo. Conseguita la maturità presso il liceo classico Ugo Foscolo, dove si impegnò nell'Azione Cattolica, nel 1971 si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza di Palermo presso la quale si laureò nel 1975 cum laude. Tra il 1977 e il 1978 prestò servizio come vicedirettore in prova presso l'Ufficio del Registro di Agrigento. Sempre nel 1978, dopo essersi classificato tra i primi in graduatoria nel concorso per uditore giudiziario, entrò in magistratura presso il Tribunale di Caltanissetta.

Nel 1979 diventò sostituto procuratore presso il tribunale di Agrigento e ricoprì la carica fino al 1989, quando assunse il ruolo di giudice a latere.

Venne ucciso il 21 settembre del 1990 sulla SS 640 mentre si recava, senza scorta, in tribunale, per mano di quattro sicari assoldati dalla Stidda agrigentina, organizzazione mafiosa in contrasto con Cosa Nostra. Del delitto fu testimone oculare Pietro Nava, sulla base delle cui dichiarazioni furono individuati gli esecutori dell'omicidio.

Nella sua attività si era occupato di quella che sarebbe esplosa come la Tangentopoli siciliana e aveva messo a segno numerosi colpi nei confronti della mafia, attraverso lo strumento della confisca dei beni.

Otto mesi dopo la morte del giudice, l'allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga definì «giudici ragazzini» una serie di magistrati neofiti impegnati nella lotta alla mafia:

« Possiamo continuare con questo tabù, che poi significa che ogni ragazzino che ha vinto il concorso ritiene di dover esercitare l’azione penale a diritto e a rovescio, come gli pare e gli piace, senza rispondere a nessuno...? Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga. Questa è un'autentica sciocchezza! A questo ragazzino io non gli affiderei nemmeno l'amministrazione di una casa terrena, come si dice in Sardegna, una casa a un piano con una sola finestra, che è anche la porta. »

Dodici anni dopo l'assassinio, in una lettera aperta pubblicata dal Giornale di Sicilia e indirizzata ai genitori del giudice, Cossiga smentì che quelle affermazioni dispregiative fossero riferite a Rosario Livatino, che definì invece "eroe" e "santo". Papa Giovanni Paolo II lo definì invece «martire della giustizia e indirettamente della fede».

sabato 19 settembre 2015

La battaglia di Pavia e l'Oltrepò





Se ancora dovete visitare l'Expo di Milano e vi avanza un giorno di vacanza, un suggerimento potrebbe essere quello di recarsi a visitare il Castello Visconteo di Pavia dove è in mostra sino al 15 novembre 2015 uno dei celebri arazzi fiamminghi dedicati alla Battaglia di Pavia, proveniente dal Museo di Capodimonte di Napoli.

A 490 anni dalla Battaglia di Pavia, la città ricorda il cruciale scontro tra le armate francesi e quelle spagnole con una mostra allestita al Castello Visconteo, in un'ala appena restaurata e per la prima volta aperta al pubblico.

L’opera esposta – di quasi 8 metri di lunghezza e 5 di altezza – raffigura la Sortita degli assediati e la rotta degli svizzeri che annegano in gran numero nel Ticino. La scena è dominata da una magnifica Pavia, la città che sotto il comando di Antonio de Leyva aveva resistito per quasi quattro mesi all’assedio di Francesco I, consentendo il trionfo di Carlo V in quel nebbioso 24 febbraio 1525.



Terminata la visita al Castello è poi consigliata una passeggiata nell'Oltrepò pavese e magari una sosta culinaria in uno dei moltissimi agriturismi della zona che offrono pietanze gustosissime.

L'Oltrepò Pavese si distingue infatti per un'ampia varietà di locali che offrono prodotti tipici della zona. Sicuramente il prodotto principale è il rinomato vino dell'Oltrepò Pavese, ma ricordiamo anche:

  • Agnolotti pavesi, pasta ripiena di carne stufata, uno dei primi tipici dell'Oltrepò Pavese. La ricetta classica li vede conditi con lo stesso stufato usato per il ripieno.
  • Bollito misto, composto da carni miste, dal biancostato di bue, al codino di vitello, al ginocchietto alla testina di vitello. Spesso accompagnato da salsa verde o con la mostarda tipica di Voghera, oppure con i peperoni.
  • Malfatti, una variante della tradizione culinaria lombarda, sono gnocchi oblunghi verdi fatti con pan grattato, biete cotte e uova, impastato il tutto, dopo bollitura in acqua salata si condiscono con sugo di funghi porcini oppure con pomodoro o basilico.
  • Salame di Varzi, è uno dei prodotti più conosciuti dell’Oltrepò Pavese, per la sua particolarità ed il suo gusto tipico. Al taglio si presenta di un colore rosso vivo inframmezzato dal bianco del grasso. È un tipico insaccato di tutta la valle Staffora.
  • Schita, è una frittella composta da acqua farina strutto. Solitamente accompagna i salumi locali.
  • Stracchino di Voghera, un dolce semifreddo che si presenta con un giusto equilibrio di morbidezza e consistenza offrendo al palato una piacevole alternanza di dolce dato dallo zabaglione e di amaro dato dal cacao.
  • Torta di mandorle di Varzi, un dolce tipico, realizzato con mandorle di prima scelta coltivate nella zona.
Per informazioni: http://www.oltrepeat.com/





lunedì 14 settembre 2015

Festival del Medioevo a Gubbio



Dal 30 settembre al 4 ottobre si svolgerà a Gubbio la prima edizione del Festival del Medioevo. Un'occasione unica per conoscere da vicino, senza pregiudizi e false credenze, una storia lunga 1000 anni, scoprendo le analogie e le differenze con l'oggi.

Perché l'obiettivo del festival è proprio la condivisione di un imponente e complesso patrimonio di saperi storici, artistici, religiosi e culturali che spesso è riservato solo a una ristretta élite di esperti.

A questo servono infatti gli incontri con scrittori qualificati e autorevoli studiosi (tra cui Franco Cardini, Chiara Frugoni, Tullio Gregory, Massimo Montanari e Jacques Dalarun), le mostre, i concerti, gli spettacoli, i mercati (come la Fiera del libro medievale e L'Erbario, con piante officinali, bevande e medicamenti naturali) e tutti gli appuntamenti culturali che affolleranno il calendario dei cinque giorni della manifestazione. "Ci sono tante belle rievocazioni in Italia ma questo festival è diverso. Noi vogliamo divulgare il Medioevo e chiarire i tanti equivoci che ci sono sui suoi dieci secoli di storia", ha dichiarato Federico Fioravanti, ideatore della manifestazione, durante la conferenza stampa presso la sede Rai di viale Mazzini, sottolineando che anche la scelta della cittadina umbra non è casuale perché "a Gubbio il Medioevo si respira camminando".

Proprio per ricercare le radici medievali dell'Europa e riflettere sui destini e sulle sfide multiculturali che attendono al varco il Vecchio Continente, il festival nelle intenzioni degli organizzatori vuole avere una spiccata vocazione internazionale, proponendosi come centro in cui far confluire personaggi di spicco italiani e stranieri. Senza contare l'ambizione di diventare il principale evento di Gubbio, proiettandosi già nei prossimi anni. "Siamo una piccola grande capitale del Medioevo", ha detto Filippo Mario Stirati, sindaco di Gubbio, "Rivendichiamo un tessuto urbano medievale che va oltre i luoghi più noti della città e che va riscoperto nella sua interezza. Per questo il festival non vuole avere un approccio elitario né tantomeno kitsch, ma propone una divulgazione seria". 

Un'occasione da non perdere per gli appassionati del periodo storico e per chi vuole fare un tuffo nel passato. E' possibile seguire tutto il festival sul sito: http://www.festivaldelmedioevo.it/portal/

sabato 12 settembre 2015

La vendemmia



In Italia siamo in pieno periodo di vendemmia.

Il periodo di vendemmia varia tra luglio e ottobre (nell'emisfero boreale) e tra febbraio e aprile (nell'emisfero australe), e dipende da molti fattori, anche se in maniera generica si identifica con il periodo in cui le uve hanno raggiunto il grado di maturazione desiderato, cioè quando nell'acino il rapporto tra la percentuale di zuccheri e quella di acidi ha raggiunto il valore ottimale per il tipo di vino che si vuole produrre.

Se questo parametro è genericamente valido per le uve da tavola, nel caso di uve destinate alla produzione del vino è necessario considerare ulteriori parametri per decidere quando e come vendemmiare.

Il momento della vendemmia può dipendere da:

  • condizioni climatiche: all'aumentare della latitudine le uve maturano più tardi;
  • zona di produzione: le uve delle vigne esposte a sud maturano prima di quelle esposte a nord; all'aumentare dell'altitudine le uve maturano prima;
  • tipo di uva: i vitigni a bacca bianca maturano in genere prima dei vitigni a bacca rossa;
  • tipo di vino che si vuole ottenere, determinato dalla maggiore o minore presenza di alcuni componenti, quali:
  • zuccheri, un maggior tenore di zucchero aumenterà il grado alcolico del vino prodotto; inoltre un giusto tenore zuccherino è indispensabile per avviare la fermentazione alcolica;
  • acidi, le sostanze acide sono necessarie sia per evitare la proliferazione di batteri (e quindi di malattie), sia per la successiva conservazione del vino;
  • componenti aromatici, variano durante la maturazione dell'uva, e contribuiscono a determinare le caratteristiche organolettiche del vino.
Il 2015, con un quasi più 13% circa stimato di uve prodotte, in media, sul territorio nazionale, dovrebbe consentirci di recuperare il calo produttivo della scorsa annata, molto penalizzante in termini quantitativi, anche se rimaniamo comunque al di sotto della produzione di due anni fa”. E’ questo il commento di Confagricoltura sui primi dati previsionali elaborati dal proprio Centro studi, sulla base della consueta rilevazione condotta su diverse centinaia di aziende, tra le più prestigiose del panorama vitivinicolo nazionale. Le previsioni sono per un'annata di qualità superiore.

Prosit!

martedì 8 settembre 2015

Consorzio della Mortadella di Bologna



Oggi parliamo della gustosa mortadella bolognese.

La Mortadella Bologna IGP è un prodotto di salumeria realizzato con carne di puro suino, finemente triturata, mescolata con lardo, leggermente aromatizzata con spezie, insaccata e cotta.

Dal luglio 1998, a livello europeo, la denominazione "Mortadella Bologna" è stata riconosciuta quale indicazione geografica protetta (IGP). A seguito di questo riconoscimento, solo la Mortadella Bologna può fregiarsi del marchio IGP, mentre tutte le altre produzioni che non rientrano nelle regole del disciplinare, possono essere commercializzate come mortadella comune e in alcun modo possono usare la denominazione 'Bologna' o la dicitura 'IGP' sui prodotti venduti, anche se erroneamente nel linguaggio comune è uso indicare come 'Bologna' anche la comune mortadella.

La mortadella Bologna IGP, di puro suino, è un insaccato cotto, dalla forma cilindrica od ovale, di colore rosa e dal profumo intenso, leggermente speziato.

Per la sua preparazione vengono impiegati solo tagli pregiati (carne e lardelli di elevata qualità), triturati adeguatamente allo scopo di ottenere una pasta fine. Il sapore è pieno e ben equilibrato. Una volta tagliata, la superficie si presenta vellutata e di colore rosa vivo uniforme. La mortadella Bologna emana un profumo particolare e aromatico e il suo gusto è tipico e delicato.

La Mortadella è un prodotto estremamente versatile e utilizzato in diverse preparazioni. Può essere consumata affettata abbinata con il pane o tagliata a cubetti come antipasto.

La Mortadella è protagonista dei piatti della tradizione bolognese: è infatti un ingrediente del ripieno dei tortellini, frullata compone la "spuma di Mortadella", e nel Gran fritto alla Bolognese compare come ingrediente dello Stecco petroniano.

L'utilizzo della mortadella in cucina non si limita alle ricette della tradizione, ma è anche oggetto di ricette e interpretazioni più fantasiose.

Per chi volesse saperne di più: http://www.mortadellabologna.com/

domenica 6 settembre 2015

Luciano Pavarotti



Luciano Pavarotti (Modena, 12 ottobre 1935 – Modena, 6 settembre 2007) è stato un tenore italiano.

È stato tra gli artisti italiani più apprezzati in tutto il mondo grazie alla sua voce, intensa e squillante, nonché per la sua particolare simpatia e comunicatività. La riuscita gestione della propria immagine mediatica è stata tale da influire sul consenso popolare alla musica operistica in generale, che Pavarotti ha tentato di rilanciare nella modernità, anche se il suo operato è stato altresì motivo di pesanti contestazioni.

Con il Pavarotti & Friends e le sue numerose collaborazioni (fra le quali è da ricordare in particolare la costituzione del gruppo dei Tre Tenori, con Plácido Domingo e José Carreras), ha consolidato una popolarità che gli ha dato fama mondiale anche al di fuori dell'ambito musicale, tanto da essere considerato uno dei più grandi tenori italiani di tutti i tempi. Con oltre 100 milioni di copie vendute nel mondo, si stima sia, anche per vendite, fra i primissimi cantanti di ogni genere musicale. Con Enrico Caruso, Giuseppe Di Stefano, Beniamino Gigli e Tito Schipa, permane uno dei tenori "storici" di notorietà mondiale.

Dotato di voce autenticamente tenorile, assai chiara e, soprattutto nella prima parte della carriera, estesa all'acuto in modo rilevante, fino al pieno possesso del do4 e del re4, nonostante la sua nota più acuta fosse il mi bemolle, non lo incise mai perché non affrontò melodrammi che lo avessero, per cui la nota più acuta intonata è il re4.

Luciano Pavarotti si avvicinò al grande repertorio protoromantico (Donizetti e Bellini), proponendone esecuzioni di rilevanza per certi versi storica. A fronte di una non eccelsa precisione nei confronti dei valori musicali, a causa di risaputi limiti nella preparazione teorica, e senza voler esprimere i caratteri del cantante "virtuoso", il Pavarotti degli anni giovanili, spesso a fianco del soprano australiano Joan Sutherland, eseguiva Lucia di Lammermoor, L'elisir d'amore, La sonnambula, La Favorita, e perfino gli ostici I puritani, in modo gagliardo e personale, riportando queste opere nell'alveo, loro deputato, del Bel Canto, a una ritrovata qualità spettacolare e al gradimento del vasto pubblico.

Significativo l'esito ottenuto ne La fille du régiment: l'opera, da anni uscita dal repertorio corrente, fu nuovamente "imposta" da Pavarotti ai teatri di mezzo mondo alla fine degli anni sessanta, dopo l'exploit vocale con cui la cabaletta del primo atto fu eseguita in tono a voce piena, con l'emissione di nove cristallini do acuti. Sempre nella prima parte della carriera, Pavarotti si distinse anche in Giacomo Puccini, segnatamente in La bohème (sua opera d'esordio, nel 1961) e Madama Butterfly e si accostò in modo intelligente a Verdi, privilegiando le opere più congeniali ai suoi mezzi di allora (Rigoletto, La traviata, Luisa Miller).

A differenza di quanto avvenuto per molti colleghi anche celebri, inoltre, lo scontato passaggio a un repertorio più popolare ma più oneroso (Tosca, Un ballo in maschera, Il trovatore, poi anche Aida e il Verismo) avvenne solo a seguito della spontanea maturazione dell'organo vocale, divenuto negli anni più potente e risonante nei centri (forse anche, si è malignato, grazie a una intelligente forma di amplificazione ambientale che lo accompagnava nei maggiori teatri del mondo, soprattutto negli ultimi anni di carriera) ma, conseguentemente, meno esteso in alto. Se supportato da periodi di preparazione adeguati e da una direzione complessivamente condiscendente, Pavarotti è stato un grande tenore d'opera almeno sino alla fine degli anni ottanta, con buone performance ancora nei primissimi anni novanta.

In quest'epoca, tuttavia, la tendenza a esibirsi in stadi, palasport e parchi, dove poteva fare sistematico ricorso all'amplificazione artificiale e curare meno gli aspetti musicali delle esecuzioni, rivolte per lo più a profani, portava l'artista a semplificare la sua tecnica almeno nell'uso della mezzavoce, ad acuire le imprecisioni nel solfeggio e ad appiattire l'interprete su prove di routine. Nel corso di simili eventi, anche nel celebratissimo "Nessun dorma" dalla Turandot di Puccini, un'opera affrontata in teatro in due sole occasioni e in realtà poco adatta ai suoi mezzi, il nitore degli acuti spesso non riscattava l'insieme della prova. Non fanno eccezione i concerti dei Tre Tenori, nei quali, accanto a Plácido Domingo e José Carreras, Pavarotti, fondandosi sulle proprie straordinarie qualità di bellezza di suono e comunicativa, si esibì in prove di sicuro effetto, ma di esito artistico non assoluto.

Secondo alcuni critici, il tenore modenese, accostandosi sempre più disinvoltamente alla musica leggera in occasione dei Pavarotti & Friends, ha posto "una pietra tombale" sulla propria carriera operistica, condividendo la responsabilità di aver diffuso nel pubblico un gusto ibrido per il cosiddetto "crossover", ossia la pratica, portata poi alla definitiva celebrazione da personaggi come Andrea Bocelli o Sarah Brightman, per cui un cantante lirico si cimenta con il repertorio pop, finendo spesso per trasferirne i malvezzi vocali (approssimazione musicale, suoni spoggiati, ecc.) nell'ambito di provenienza.

Altri invece sottolineano la grande importanza del lavoro "broadcast" di Pavarotti, che ha riportato all'attenzione popolare e universale la lirica. La dimensione del personaggio non ha offuscato il valore professionale dell'artista; inoltre la sua particolare capacità di attrarre l'interesse del più vasto pubblico ha contribuito a mediare verso l'alto il gusto musicale. Il giudizio complessivo sul cantante deve restare di particolare positività: la naturale morbidezza di alcuni suoni in mezzoforte (splendidi ancora in tarda età, ad esempio nei duetti de La bohème del Centenario al Teatro Regio di Torino), la tecnica vocale in origine solida e più raffinata che nella media dei tenori di cartello, tale da garantirgli un registro acuto saldo e luminoso, e perfino, a onta delle dimensioni fisiche, una certa scioltezza sul palcoscenico, ne hanno fatto uno dei tenori più importanti del Ventesimo Secolo.

giovedì 3 settembre 2015

Storia d'Italia: il Rinascimento

Piero della Francesca

Il Rinascimento italiano è la fioritura di quella civiltà culturale ed artistica che, nata a Firenze e da lì diffondendosi in tutta Europa dalla metà del XIV secolo a tutto il XVI secolo, mira a riscoprire la cultura classica antica, per un verso depurandola da alcune forme della religiosità medioevale, per un altro integrandola nello stesso contesto cristiano del Medioevo, sulla scia della rinascita spirituale che si era avuta nel Duecento con le figure di Gioacchino da Fiore e Francesco d'Assisi.

I principali centri dell'Umanesimo-Rinascimento sono Firenze, Ferrara con gli Estensi, Napoli, Roma, Milano, Padova, e Urbino: a Firenze sotto l'egida di Lorenzo il Magnifico, nella città partenopea alla corte aragonese di Alfonso I, a Roma con il colto Enea Silvio Piccolomini, Pio II il papa umanista, e Leone X, a Padova con la prestigiosa Università, a Milano con Ludovico il Moro, a Mantova con i Gonzaga e ad Urbino nella raffinata corte di Federico da Montefeltro. Politicamente l'Umanesimo in Italia si accompagna alla trasformazione dei Comuni in Signorie essendo l'espressione della borghesia che ha consolidato il suo patrimonio e aspira al potere politico. Gli sviluppi dell'Umanesimo rientrano nella formazione delle monarchie nazionali in Europa.

Durante l'epoca rinascimentale emergono già in maniera evidente i differenti livelli di sviluppo economico raggiunti dalle diverse parti della Penisola. Il Nord conobbe una fase di prosperità che lo inserì fra le regioni più ricche d'Europa. Le Crociate avevano consentito di costruire legami commerciali duraturi con l'Asia e in particolar modo la Quarta Crociata aveva permesso a Veneziani e Genovesi di estromettere i rivali bizantini dai traffici nel Mediterraneo orientale. Le principali rotte commerciali passavano infatti attraverso i territori bizantini e arabi e avevano come snodo proprio Venezia, Genova e Pisa. Prodotti di lusso acquistati nel Levante, come spezie, coloranti e sete, venivano importati in Italia e da qui rivenduti in tutto il continente, mentre le merci provenienti dall'Europa continentale quali lana, frumento e metalli preziosi raggiungevano la Penisola attraverso le fiere della Champagne. I traffici lungo l'asse dall'Egitto al Baltico fruttavano ai mercanti italiani ingenti guadagni, che venivano reinvestiti nel settore agricolo e nell'estrazione mineraria.

In questo modo le regioni settentrionali dell'Italia, che non vantavano risorse superiori a quelle di altre aree europee, raggiunsero elevati livelli di sviluppo grazie all'impulso dato dai commerci. Firenze in particolare si affermò come uno dei centri più prosperi grazie soprattutto alla produzione di panni di lana, gestita dall'Arte della Lana, una delle più importanti corporazioni cittadine. La materia prima era importata dal Nord Europa (nel XVI secolo dalla Spagna) mentre i coloranti importati dall'Est erano utilizzati per la fabbricazione di tessuti di alta qualità.

Il Sud invece, nonostante l'unità territoriale realizzata fin dal XII secolo, restava escluso dai grandi traffici commerciali europei. Nel Regno di Napoli non era venuta formandosi una borghesia dinamica ma perduravano le antiche strutture feudali fondate sul privilegio e una tendenza alla concentrazione fondiaria nelle mani di un forte ceto baronale. L'economia era essenzialmente agricola e i livelli di urbanizzazione molto bassi. Inoltre le attività commerciali e finanziarie erano gestite quasi interamente da banchieri stranieri, soprattutto fiorentini e catalani, che concedevano prestiti alla Corona e realizzavano profitti destinati ad essere reinvestiti altrove. L'età rinascimentale fu inoltre interessata da un processo di costante incremento della popolazione seguito al crollo demografico del Trecento, dovuto al flagello della peste bubbonica. L'aumento si verificò in maniera piuttosto generalizzata in tutta Europa e vide l'Italia settentrionale al secondo posto per densità abitativa (40 abitanti per km²) dopo i Paesi Bassi. Nel 1550, nella fase conclusiva del periodo rinascimentale, la città più popolosa d'Italia era Napoli, con circa 210.000 abitanti, seguita da Venezia (160.000), Milano e Palermo (entrambe 70.000).

38. CONTINUA