martedì 14 novembre 2017

Guardiagrele

Collegiata di Santa Maria Maggiore

Guardiagrele è un comune italiano di 8 990 abitanti della provincia di Chieti in Abruzzo. È sede del Parco Nazionale della Majella e fa parte della Comunità montana della Maielletta.

Famosa per le produzioni artigianali, in particolare nella lavorazione dei metalli, oltre ad aver dato i natali all'orafo, incisore e pittore Nicola da Guardiagrele, nonché al noto poeta dialettale abruzzese Modesto Della Porta, ospita tutti gli anni dal 1º al 20 agosto la Mostra dell'Artigianato Artistico Abruzzese. Fu il primo luogo, insieme ad Agnone, dove iniziò la produzione della presentosa, un gioiello femminile abruzzese generalmente in oro, indossato nelle occasioni di festa.

Guardiagrele fa parte della comunità dei Borghi più belli d'Italia.

Il centro storico della città è ben conservato, e si snoda attraverso la circonvallazione delle antiche mura, oggi case fortificate delimitate ancora dalle torri medievali, come ad esempio il complesso di Torre Adriana e Torre Stella, che includono l'accesso mediante Porta San Giovanni. Dell'antica città fortificata dei Longobardi resta il Torrione Orsini presso Largo Garibaldi, da cui parte l'asse principale del Corso Roma, che si snoda fino alla villa comunale, attraversando Piazza Duomo, con la Cattedrale di Santa Maria Maggiore. Le altre principali vie storiche cono via Tripio, via Modesto Della Porta e via dei Cavalieri, che passa sotto l'arco gotico del Duomo.

Architetture religiose


  • La collegiata di Santa Maria Maggiore, sorta forse su un tempio pagano nel 430 d.C. ed interamente realizzata in pietra della Maiella. Conserva una croce processionale di Nicola da Guardiagrele del 1431.
  • La chiesa di San Francesco, situata nell'omonima piazza, nacque come chiesa di San Siro, fu concessa nel 1276 ai francescani, che vi costruirono un convento. Conserva le spoglie di San Nicola Greco.
  • La chiesa di San Nicola di Bari è probabilmente la chiesa più antica della città. Come il duomo, venne eretta suoi resti di un tempio pagano, dedicato a Giove.
  • La chiesa di San Silvestro, di stile romanico, ospita al suo interno mostre, convegni e concerti in seguito alla sconsacrazione negli anni sessanta.
  • Il convento dei Cappuccini, fondato nel 1599.
  • La chiesa di San Rocco, nata nel Settecento in seguito alla sopraelevazione di Santa Maria Maggiore.
  • La chiesa di Santa Maria del Carmine, in via Modesto della Porta.
  • La chiesa di Santa Chiara, eretta nel 1220.
  • La chiesa di San Donato, dedicata al patrono della città. Sorge fuori dal centro abitato.


Un borgo da visitare, un tuffo in un passato ancora vivo e affascinante!

Vedi anche https://youtu.be/f5V_tL9eUiY

martedì 24 ottobre 2017

La battaglia di Caporetto



La battaglia di Caporetto, o dodicesima battaglia dell'Isonzo (in tedesco Schlacht von Karfreit, o zwölfte Isonzoschlacht), venne combattuta durante la prima guerra mondiale tra il Regio Esercito italiano e le forze austro-ungariche e tedesche.

Lo scontro, che cominciò alle ore 2:00 del 24 ottobre 1917, rappresenta la più grave disfatta nella storia dell'esercito italiano, tanto che, non solo nella lingua italiana, ancora oggi il termine Caporetto viene utilizzato come sinonimo di sconfitta disastrosa.

Con la crisi della Russia dovuta alla rivoluzione, Austria-Ungheria e Germania poterono trasferire consistenti truppe dal fronte orientale a quelli occidentale e italiano. Forti di questi rinforzi, gli austro-ungarici, con l'apporto di reparti d'élite tedeschi, sfondarono le linee tenute dalle truppe italiane che, impreparate a una guerra difensiva e duramente provate dalle precedenti undici battaglie dell'Isonzo, non ressero all'urto e dovettero ritirarsi fino al fiume Piave.

La sconfitta portò alla sostituzione del generale Luigi Cadorna (che cercò di nascondere i suoi gravi errori tattici imputando le responsabilità alla presunta viltà di alcuni reparti) con Armando Diaz. Le unità italiane si riorganizzarono abbastanza velocemente e fermarono le truppe austro-ungariche e tedesche nella successiva prima battaglia del Piave riuscendo a difendere a oltranza la nuova linea difensiva su cui aveva fatto ripiegare Cadorna.

Alle 2:00 in punto del 24 ottobre 1917 le artiglierie austro-germaniche cominciarono a colpire le posizioni italiane dal monte Rombon all'alta Bainsizza alternando lanci di gas a granate convenzionali, colpendo in particolare tra Plezzo e l'Isonzo con un gas sconosciuto che decimò i soldati dell'87º Reggimento lì dislocati. Alle 6:00 il tiro cessò dopo aver causato danni modesti, e riprese mezz'ora dopo stavolta contrastato dai cannoni del IV Corpo d'armata, mentre il tiro di quelli del XXVII, a causa dell'interruzione dei collegamenti dovuta allo spezzarsi dei cavi elettrici sotto il tiro delle granate (nessuna linea telefonica era stata interrata o protetta in alcun modo, e alcune posizioni non erano neanche collegate) risultò caotico, impreciso e frammentario. Nel frattempo i fanti di von Below, protetti dalla nebbia, si avvicinarono notevolmente alle posizioni italiane, e alle 8:00, senza neanche aspettare la fine dei bombardamenti, andarono all'assalto delle trincee italiane, salve sul Passo della Moistrocca e sul monte Vrata dove, a causa della bufera di neve che vi imperversava, l'attacco venne rimandato di un'ora e mezza.

Metà della 3ª Edelweiss si scontrò con gli alpini del gruppo Rombon che la respinsero, mentre l'altra metà, assieme alla 22ª Schützen, riuscì a superare gli ostacoli nel punto dove era stato lanciato il gas sconosciuto, ma vennero fermate dopo circa 5 km dall'estrema linea difensiva italiana posta a protezione di Saga, dove stazionava la 50ª Divisione del generale Giovanni Arrighi. Alle 18:00 questi, per non vedersi tagliata la via della ritirata, evacuò Saga ripiegando sulla linea monte Guarda - monte Prvi Hum - monte Stol, lasciando sguarnito anche il ponte di Tarnova da dove avrebbero potuto ritirarsi le truppe che verranno accerchiate sul monte Nero. Di tutto questo Arrighi informerà Cavaciocchi solo alle 22:00. Nella mattina intanto non ebbero successo la 55ª e la 50ª Divisione austro-ungarica, arrestate fra l'Isonzo e il monte Sleme.
Non riuscirono invece a tenere le posizioni la 46ª Divisione italiana e la brigata Alessandria poste all'immediata sinistra della 50ª Divisione austro-ungarica, e ne approfittò un battaglione bosniaco che subito diresse per Gabria.

L'avanzata decisiva che provocò il crollo delle difese italiane fu effettuata dalla 12ª divisione slesiana del generale Arnold Lequis che progredì in poche ore lungo la valle dell'Isonzo praticamente senza essere vista dalle posizioni italiane in quota sulle montagne, sbaragliando durante la marcia lungo le due sponde del fiume una serie di reparti italiani colti completamente di sorpresa. L'avanzata dei tedeschi ebbe inizio da Tolmino dove cinque battaglioni della 12ª slesiana ebbero facilmente la meglio sui reparti italiani scossi dal bombardamento, e subito cominciò la loro progressione in profondità: alle 10:30 si trovavano a Idresca d'Isonzo dove incontrarono un'inaspettata ma debole resistenza, cinque ore dopo fu raggiunta Caporetto, alle 18:00 Staro Selo e alle 22:30 Robič e Creda.

Nel frattempo, più a sud, l'Alpenkorps diventò padrone alle 17:30 del monte Podclabuz/Na Gradu-Klabuk, mentre del massiccio dello Jeza si occupò la 200ª Divisione, che conquistò la vetta alle 18:00 dopo aspri scontri con gli italiani, terminati del tutto solo a mezzanotte. I tre battaglioni del X Gruppo alpini, aiutati anche dal tiro efficace dell'artiglieria italiana, resistettero fino alle 16:00 agli undici battaglioni della 1ª Divisione austro-ungarica, ma alla fine dovettero arrendersi e cedere il monte Krad Vhr. Nell'alta Bainsizza, dove fu combattuta una guerra con i metodi "antiquati" (cioè non applicando le novità tattiche introdotte dai tedeschi), il Gruppo Kosak non ottenne alcun risultato, e la situazione andò quasi subito in stallo.

Durante il primo giorno di battaglia gli italiani persero all'incirca, tra morti e feriti, 40.000 soldati e altrettanti si ritrovarono intrappolati sul monte Nero, mentre i loro avversari 6.000 o 7.000. Nella mattina del 25 ottobre Alfred Krauß lanciò l'attacco contro la 50ª Divisione ritiratasi il giorno precedente attorno al monte Stol. Esauste e con poche munizioni, le truppe italiane cominciarono a cedere alle 12:30 asserragliandosi sullo Stol, e qui il generale Arrighi ordinò loro di ritirarsi, ma improvvisamente giunse la notizia dalla 34ª Divisione di Luigi Basso che il comando del IV Corpo d'armata aveva vietato ogni forma di ripiegamento da lui non espressamente autorizzato.

I fanti della 50ª ritornarono quindi sui loro passi ma nel frattempo la 22ª Schützen aveva preso possesso della cima dello Stol, da dove respinsero ogni attacco dei fanti italiani, che ricevettero l'ordine definitivo di ritirata da Cavaciocchi alle ore 21:00. Tra Caporetto e Tolmino nel frattempo la brigata "Arno", arrivata in zona tre giorni prima, stava difendendo il monte Colovrat e le creste circostanti quando contro di loro mosse il battaglione da montagna del Württemberg, assegnato di rinforzo all'Alpenkorps; il tenente Erwin Rommel guidava uno dei tre distaccamenti in cui era stato diviso il suo battaglione. Insieme a 500 uomini, il futuro feldmaresciallo cominciò a scalare le pendici del Colovrat catturando in silenzio centinaia di italiani presi alla sprovvista, mentre per errore la Arno, anziché contro il monte Piatto, venne lanciata verso il Na Gradu-Klabuk, già dal giorno prima saldamente in mano all'Alpenkorps che dovette sostenere gli assalti italiani fino a sera. Tornando a Rommel, i suoi uomini conquistarono senza troppe fatiche il monte Nagnoj, dove presero posizione i cannoni tedeschi che cominceranno a prendere di mira il monte Cucco di Luico, aggirato da Rommel per non perdere tempo e preso nel pomeriggio da truppe dell'Alpenkorps congiunte a elementi della 26ª Divisione tedesca.

Una volta distrutta la brigata Arno, Rommel puntò contro il Matajur dove stazionava la brigata "Salerno" del generale Zoppi, inquadrata nella 62ª Divisione del generale Giuseppe Viora, rimasto ferito e quindi sostituito proprio da Zoppi, che lasciò il suo posto al colonnello Antonicelli. All'alba del 26 ottobre ad Antonicelli giunse l'ordine da un tenente di abbandonare la posizione entro la mattina del 27. Sorpreso per una ritirata ordinata ben un giorno prima, il nuovo capo della Salerno chiese informazioni al portaordini il quale disse che probabilmente si trattava di un errore del comando di divisione, ma Antonicelli volle essere sicuro e obbligò il tenente a ritornare con l'ordine corretto, ma quando questo arrivò a destinazione Rommel nel frattempo aveva circondato il Matajur. Dopo duri scontri, la Salerno si arrese e Rommel chiuse la giornata dopo aver avuto solo sei morti e trenta feriti a fronte dei 9.150 soldati e 81 cannoni italiani catturati.

giovedì 28 settembre 2017

Il cioccolato di Modica



Città di origini neolitiche, Modica è il capoluogo storico del territorio oggi pressoché corrispondente al Libero consorzio comunale di Ragusa. Fino al XIX secolo è stata capitale di una Contea che ha esercitato una vasta influenza politica, economica e culturale, tanto da essere stata annoverata tra i feudi più potenti del mezzogiorno. Come retaggio di una perduta centralità politica, è rimasta la quarta città più importante della Sicilia (dopo Palermo, Catania e Messina) fino alla prima metà del XX secolo e ancora oggi rappresenta un fondamentale punto di riferimento per il territorio sud-orientale dell'isola.

Modica vanta un ricco repertorio di specialità gastronomiche, risultato della contaminazione delle diverse culture che l'hanno dominata. Oggi è nota soprattutto per la produzione del tipico cioccolato di derivazione azteca.

Il suo centro storico, ricostruito a seguito del devastante terremoto del 1693, costituisce uno degli esempi più significativi di architettura tardo barocca e per i suoi capolavori la città è stata inclusa nel 2002, insieme con il Val di Noto, nella lista dei Patrimoni dell'Umanità dell'UNESCO. 

Tipica produzione della città è la famosa cioccolata, prodotta seguendo un'antica ricetta azteca, da cui deriva la ricetta modicana che, sulla base della documentazione rinvenuta presso l'Archivio di Stato di Modica all'interno dell'Archivio Grimaldi, risale al 1746, quando la Sicilia dipendeva ancora dal Regno di Spagna. 

La lavorazione è rigorosamente artigianale ed a bassa temperatura, cosa che impedisce la perdita o l'alterazione organolettica delle componenti del cacao. Inoltre la pasta di cacao non arriva a fondersi con lo zucchero (lavorazione a crudo), dando sostanza ad una cioccolata fondente, leggermente granulosa, senza grassi vegetali aggiunti, non soggetta a liquefarsi fra le mani alle temperature estive, ed in cui è possibile al gusto distinguere nettamente i tre elementi che la compongono: cacao, zucchero e spezie (nella ricetta tradizionale, la cannella o la vaniglia). 

Per maggiori informazioni: http://www.cioccolatomodica.it/

domenica 17 settembre 2017

Favignana



Favignana è un'isola dell'Italia appartenente all'arcipelago delle isole Egadi, in Sicilia.

Principale isola delle Egadi, si trova a circa 7 km dalla costa occidentale della Sicilia, tra Trapani e Marsala, e fa parte del comune di Favignana.

Il nome di Favignana deriva dal latino favonius (favonio), termine con il quale i Romani indicavano il vento caldo ricadente proveniente da ovest. Il villaggio sorge intorno a un'insenatura naturale dove è strutturato il porto sulle cui sponde sono presenti gli edifici delle antiche tonnare Florio.

Le tradizionali architetture mediterranee dell'isola, caratterizzate da intonaci bianchi e finestre azzurre o verdi, sono, specialmente negli ultimi anni, oggetto di riscoperta e valorizzazione.

L'isola è ricoperta prevalentemente da macchia mediterranea costituita da arbusti cespugliosi e da boschi di pini mediterranei.

Favignana fa parte della riserva naturale delle isole Egadi istituita nel 1991.

L'isola è abbastanza brulla e ospita la tipica macchia mediterranea e la gariga. La vegetazione è quindi costituita da oleastro, lentisco, carrubo, Euphorbia dendroides e sommacco. Vi sono alcuni interessanti endemismi quali il cavolo marino (Brassica macrocarpa), il fiorrancio marittimo (Calendula maritima), la finocchiella di Boccone (Seseli bocconi).

Nell'area est dell'isola vi sono molti giardini detti ipogei, curati e coltivati all'interno delle cave di tufo ormai dismesse.

I più noti accessi al mare sull'isola di Favignana sono:


  • la spiaggia della Praia
  • Burrone (spiaggia sabbiosa)
  • Cala Azzurra (spiaggia con scogli)
  • Cala Rossa (scogliera)
  • Bue Marino (scogliera)
  • Cala Grande
  • Cala Ritunna
  • Grotta Perciata (scogliera)
  • Calamoni (scogliera e piccole spiagge)
  • Scivolo (scogliera)
  • La Praia
  • Punta longa
  • Preveto (ciottoli)
  • Marasolo (piccola spiaggia con scogli)

Monumenti:

Al centro del paese di Favignana sorge la chiesa settecentesca intitolata alla Madonna dell'Immacolata Concezione all'interno della quale è custodito un prezioso crocifisso ligneo del XVIII secolo e una statua marmorea raffigurante Sant'Antonio del XVII secolo.

Villa Florio è una palazzina neogotica, fatta costruire da Ignazio Florio dal 1876 al 1878 su progetto dell'architetto Giuseppe Damiani Almeyda. Oggi è di proprietà del comune e ospita l'info point turistico.

L'ex-stabilimento della tonnara di Favignana, non più in attività a causa del ridotto numero dei tonni pescati, restaurato tra il 2003 e il 2009. Attualmente il luogo è aperto al pubblico a pagamento e sono offerte visite guidate da ex operai dello stabilimento. All'interno è possibile trovare testimonianze video legate alla mattanza e alla tonnara, e inoltre filmati storici concessi dall'Istituto Luce. È sede di un Antiquarium, dove vi è una sala nella quale sono esposti reperti storici ritrovati nel mare delle isole Egadi.

Castello di S.Caterina
Il castello. Sulla cima del Monte Santa Caterina, alto 314 metri, sorge l'omonimo Forte costituito da una struttura dalla chiara impostazione architettonica militare. Edificato come torre di avvistamento nel IX secolo d.C., durante il regno di Ruggero d'Altavilla, nel 1081, fu ampliato e nel XV secolo, da Andrea Rizzo, Signore di Favignana, potenziato al fine di contrastare i frequenti attacchi saraceni. Successivamente, nel 1655, venne rimaneggiato fino ad essere destinato a prigione dai Borbone dal 1794 al 1860. Dopo svariati usi, venne reimpiegato durante il secondo conflitto mondiale e dotato di postazioni di artiglieria a difesa dell'isola. Adesso è in stato d'abbandono; si può raggiungere con una camminata su un sentiero a gradoni.

Sono appena tornato da una settimana di vacanza trascorsa su questa splendida isola, e se volete scrivermi per avere informazioni, sarò lieto di suggerirvi i luoghi più tipici da visitare (spiagge e ristoranti dove si può cenare divinamente) e luoghi da evitare (eh sì, purtroppo ho incontrato anche personaggi che non fanno onore a questa bellissima isola e al popolo siciliano).

Per informazioni: http://www.favignana.com/


lunedì 28 agosto 2017

Meeting di Rimini - Sabato 26 agosto



"Se non può mai mancare la collaborazione leale della Chiesa nella costruzione di una società migliore, essa non può non mantenere la propria "differenza" critica. La Chiesa non è una società umanitaria, se così fosse tradirebbe la propria natura e la propria missione. La differenza cristiana nasce dalla fedeltà a Cristo e al suo Vangelo, secondo lo stile dell'amore".

Sono le parole pronunciate da S. Em. Card. Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità, nell’intervento, introdotto da Emilia Guarnieri, presidente della Fondazione Meeting per l'amicizia fra i popoli. In riferimento al suo recente viaggio in Russia: «Ho sentito molto la presenza di Cristo e del Suo Spirito. Sono partito con qualche apprensione e timore, ma ho sentito la forza della preghiera con cui tanti mi accompagnavano, nella ricerca di una pace possibile e incontrando le autorità della Chiesa Ortodossa». I temi toccati dal cardinale sono numerosi: dal ruolo dei cristiani nella vita pubblica, agli effetti di nuove tecnologie e della globalizzazione, fino ai temi della violenza terroristica e alle questioni migratorie.

Oggi, «l'amore per il prossimo non può limitarsi ai rapporti tra singoli, ma bisogna che torni a realizzarsi nella responsabilità pubblica di ciascuno di noi, nei diversi settori sociali, politici e istituzionali», ha affermato il prelato. «Quando papa Francesco ha tematizzato il primato del tempo sullo spazio», ha indicato il pericolo di «spazi nuovi e incontrollati di potere», come «l’uso scorretto dei social media» e la creazione di una «similrealtà che ha effetti sociali reali, diversa o persino contrapposti alla realtà oggettiva. Qui torna per noi cristiani il tema della vita contemplativa».

Rispetto ai temi internazionali, Parolin ha spiegato che «è dove-roso mettere a punto schemi alternativi a una migrazione massiccia e incontrollata, che eviti disordini , infiltrazioni, disagi; giusto coinvolgere l'Europa e non solo essa; lungimirante affrontare il problema strutturale dello sviluppo dei popoli di provenienza dei migranti. Ma non dimentichiamo che sono nostri fratelli. Questo traccia una divisione netta tra coloro che riconoscono Dio nei poveri e nei bisognosi e coloro che non lo riconoscono».

Inoltre, riferendosi alle violenze terroristiche, ha affermato che quando le religioni «non intraprendono un percorso critico nei confronti delle parti più ambigue; quando non si distaccano o non si dissociano, condannando adeguatamente le efferatezze commesse in loro nome», accade che «la violenza, in nome di qualsiasi religione venga commessa, retroagisce negativamente su di essa e sui suoi fedeli». Perciò, «confondere la natura reale e multiforme dei conflitti con la loro giustificazione ideologico-religiosa significa produrre un cortocircuito che impedisce di riconoscere le diverse responsabilità storico­politiche, sociali, culturali». Infatti, «la paura attiene a uno smarrimento dovuto alla globalizzazione. Nessuno Stato-nazione moderno controlla più la propria economia nazionale. Perciò non sorprende la tendenza generale, nei Paesi autoritari, ma anche in molti leader e movimenti populisti, di destra e di sinistra, a declinare la sovranità nazionale nei termini di supremazia culturale, identità razziale, nazionalismo etnico», verso «una supposta sovranità culturale». E non è «immaginabile la riduzione dei problemi globali alla misura delle singole Nazioni. La globalizzazione va governata: realtà come gli Stati Uniti e l'Unione Europea hanno un ruolo e una responsabilità decisivi».

Per vedere l'incontro: https://youtu.be/3gDwP2boz6I

sabato 26 agosto 2017

Meeting di Rimini - Venerdì 25 agosto



Superbo l’incontro “Tra nichilismo e jihadismo: la sfida di ricostruire la civiltà nello spazio pubblico” con  Stefano Alberto, professore di teologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Brian Grim, presidente del Religious Freedom & Business Foundation, e Olivier Roy, joint chair RSCAS, chair in Mediterranean Studies all’EUI (European University Institute).

«Nichilismo e jihadismo sono parole che hanno effetti tangibili nella nostra quotidianità: gli eventi di Barcellona sono, purtroppo, gli ultimi di una lunga serie». È l’esordio di Alberto, che prosegue: «Entrambi i termini indicano la riduzione della vita a qualcosa di mostruoso: il nulla da una parte e la volenza dall’altra». Che cosa vuol dire tutto questo alla nostra società sempre più secolarizzata? Qual è la funzione della religione nello spazio pubblico? «Dobbiamo cercare di capire se la religione fa parte del problema o della sua soluzione».

A Grim spetta la presentazione sintetica delle prospettive in atto e dell’impatto che la libertà religiosa può avere sulla società civile. «Perché il marito della Vergine Maria, madre di Gesù, era un imprenditore? Ciascuno ha un compito, e quello di Giuseppe era proprio quello di provvedere a far crescere, con le sue risorse spirituali e umane la famiglia che gli era affidata». Ognuno di noi si impatta col mondo a partire proprio da quelle risorse e con quelle risponde a un compito. Il professore racconta, quindi, l’esperienza di un imprenditore dell’Indonesia: «Si è trovato in una realtà multireligiosa e debole dal punto di vista sociale: centinaia di bambini, figli dei suoi operai, non erano mai stati registrati all’anagrafe per le difficoltà derivanti dal disagio socio-culturale dei loro genitori». Questi non avevano i mezzi economici per accedere al matrimonio, perciò non erano nelle condizioni di «garantire uno stato civile ai propri figli». Quando se n’è accorto, l’imprenditore ha favorito momenti di matrimonio di massa: «È stato possibile introdurre uno spazio di civiltà». La seconda riflessione parte dalla domanda: «Avete mai pensato a come realizzare la parabola del buon samaritano?». Grim ha raccontato l’esperienza dell’associazione britannica Empowerment+Interfaith: un percorso di formazione in Launching Leaders con lo scopo di mettere in rapporto persone di religioni diverse, creando, di fatto, avvicinamento e dialogo. Entrambe le riflessioni sono state accompagnate da un video.

Roy propone al pubblico l’analisi del fenomeno “terrorismo”, che dal 1997 interessa l’Europa. «Lo studio dei profili dei giovani che hanno compiuto le numerose stragi delinea delle caratteristiche ricorrenti: sono stranieri di seconda generazione, usano lingue europee, la maggior parte non ha una formazione religiosa e nessuno ha mai militato in gruppi politici. Tutti hanno un passato di piccola delinquenza, sono immersi nella cultura europea, e molti sono coppie di fratelli. Tuttavia non ci sono padri: tutti sono orfani o abbandonati, o sono in rotta con le loro famiglie. Rifiutano di ricevere una cultura». Ancora più significativo è che essi «vivono la morte come parte del progetto terroristico, facendosi ammazzare dai poliziotti». Che cosa dice tutto questo alla nostra società contemporanea, profondamente secolarizzata? «La santa ignoranza», risponde il relatore, «è il concetto con cui io tento di descrivere due cose. Da una parte, “la svalutazione della cultura” da parte di chi vive la fede: per molti nuovi credenti la cultura non esiste che sotto forma di paganesimo. Dall’altra i non credenti non sono anticlericali, semplicemente non capiscono come si possa essere credenti e sono del tutto indifferenti». E non esiste una “zona grigia” tra credenti e no. Chi crede deve esprimere il suo credo nello spazio privato. Che cosa fare? La società civile deve lottare contro questo nichilismo. Riaprire uno spazio di spiritualità sia per chi crede, sia per i giovani che hanno bisogno di assoluto. «Per esempio sarebbe opportuno», conclude Roy, «creare delle facoltà teologiche sia cristiane, sia islamiche, fisicamente vicine, non per creare integrazione, ma per vivere la stessa esigenza critica dell’esegesi».

Per vedere l'incontro: https://youtu.be/rHulbnlJvnw

venerdì 25 agosto 2017

Meeting di Rimini - Giovedì 24 agosto




Attualissimo l'incontro dal titolo:  “La giustizia riparativa. Prospettive”. Marta Cartabia, vice presidente della Corte Costituzionale Italiana, introduce gli ospiti della tavola rotonda: la spagnola Carmen Velasco, notaia e mediatrice; il giornalista e scrittore Francesco Occhetta e Valdeci Antônio Ferreira, missionario laico comboniano, direttore generale di FBAC (Fraternidade Brasileira de Assistência aos Condenados).

Cartabia esordisce: «Che cosa significa fare giustizia? Quella amministrata nei tribunali deriva da un lunghissimo cammino di civiltà». Partendo dal mito greco di Oreste, la giurista illustra il percorso umano che ha portato alla nostra concezione di giustizia, garantita dal giudizio imparziale di un soggetto terzo: «Eppure anche in questo ambito qualcosa rimane incompiuto. L’esigenza di un punto di verità nuovo porta direttamente all’impegno di questa mattina».

Velasco racconta al pubblico l’esperienza di «esercizio della professione» che negli ultimi anni ha iniziato a fare: «In qualità di mediatrice nella soluzione dei conflitti, mi sono impattata con la vita di molte persone che, in forte difficoltà a mantenere impegni finanziari stabiliti con le banche, venivano da me con la vergogna della propria situazione. Per me ha voluto dire cambiare il mio modo di lavorare». Ne è derivato un “metodo” che parte dal guardare innanzitutto la persona e il suo bisogno. Di conseguenza la ricerca di soluzioni nuove: rate di mutuo graduali e proporzionate alle entrate della famiglia, o non obbligatorie, affitti minimi: «In queste soluzioni sono entrate sia le banche, sia il comune di Madrid».

Occhetta sviluppa una riflessione in merito alla differenza tra giustizia retributiva e riparativa. «La seconda non significa permissivismo, anzi. Si tratta di un percorso molto arduo e rischioso, ma di certo possibile». Là dove il tentativo è in atto, la diminuzione della recidiva è evidente. La giustizia riparativa trova fondamento nella tradizione biblica: «Nella relazione tra l’uomo è Dio, c’è sempre lo spazio del riconoscimento dell’errore. Nel perdono di Dio, essenza della sua bontà, c’è sempre un ricominciare in modo diverso». Quella che in Europa è una raccomandazione fin dal 1999 comin-cia a trovare esperienze in atto: a Nisida, i genitori di ragazzi vittime della camorra.

Ferreira torna a raccontare al Meeting la sua esperienza con APAC, il modello di carceri senza sbarre né guardie e dove si tocca con mano quanto la cura e il rispetto della dignità della persona possano superare ogni tipo di resistenza e barriere, anche dove i condannati scontano pene pesanti. Il direttore precisa: «Amore, fiducia e disciplina sono i principi che regolano la vita nelle nostre carceri, che presentano tassi di recidiva decisamente ridotti». La realtà delle carceri dell’APAC trova diversi ostacoli nel contesto socio-politico del Brasile: «Il problema carcerario presenta sfaccettature che hanno anche a che vedere con interessi economici».

Per vedere il video: https://youtu.be/qrId6Yy-CUU

giovedì 24 agosto 2017

Meeting di Rimini - Mercoledì 23 agosto




Interessante incontro ieri dal titolo “Al di là dei muri” con S. Ecc. Mons. Silvano Maria Tomasi, nunzio apostolico e membro del Dicastero Servizio per lo Sviluppo Umano Integrale, Paolo Magri, vice presidente esecutivo e direttore di ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale), Giampaolo Silvestri, segretario generale fondazione AVSI, Alejandro Marius, presidente dell’Asociación Civil Trabajo y Persona, giovane venezuelano e Rosemary Nyirumbe, missionaria in Uganda.

«Negli anni di servizio diplomatico ho visto come si può lavorare assieme, per i diritti umani, negoziando situazioni difficili per evitare conflitti sanguinosi e creando le premesse per uno sviluppo equo nei paesi più poveri. Su questi temi ci si può trovare assieme e convergere, anche su progetti operativi molto efficaci. Ma poi si arriva a un punto dove il cammino si interrompe». Sono le parole con cui S. Ecc. Mons. Silvano Maria Tomasi è intervenuto nel corso dell’incontro.

«È il momento in cui si mette sul tavolo la possibilità di un discorso religioso», ha spiegato il prelato. «Allora ci si chiede: questo muro psicologico è un falso pudore che blocca il coraggio di affrontare le intuizioni più profonde della persona? È una cattiva volontà di non affrontare i valori ultimi che diano significato alla nostra vita? E infine: questo muro è valicabile?».

All’intervento di mons. Tomasi si è unito quello di Paolo Magri, che ha dapprima parlato del muro che il presidente Trump vorrebbe costruire al confine il Messico, «non solo una barriera fisica tra due paesi partner», ma «il cardine di una strategia e di un messaggio politico». Difatti, ha spiegato Magri, «ci sono anche muri intangibili, come quello interno alla società americana, quelli ricostruiti con l’Iran o anche con Cuba, o quelli annunciati del commercio internazionale». Ma «ci sono molte resistenze e dubbi negli Stati Uniti sulla sua utilità, sulle sue conseguenze politiche – fra poco si voterà in Messico – e sui costi». Magri ha poi spiegato che teme anche «il muro che stiamo costruendo verso l’islam dopo la caduta delle Torri Gemelle. L’attenzione che fa il Papa a utilizzare le parole come “islam” e “terrorismo” è più che significativa». Concludendo: «Io non sono ottimista nella nostra capacità di gestire i conflitti di breve periodo, ma ho speranze sul tema dello sviluppo, il cui dibattito, per motivi utilitaristici, è entrato nelle stanze importanti dei governi».

Giampaolo Silvestri ha commentato dicendo che «la questione dello sviluppo non ha senso se non tocca personalmente chi lo promuove, e il cambiamento della persona». Anche se «è evidente che non ce la possiamo fare da soli: devono nascere collaborazioni, la possibilità di lavorare insieme partendo da un desiderio e dalle persone».

Alejandro Marius ha raccontato che il suo muro è «la paura, quella per i suoi figli, a volte di non poter trovare loro le medicine, o il non avere la libertà di dire quello che si pensa veramente. Caracas è la città più pericolosa al mondo, l’anno scorso ha avuto 28mila morti, negli ultimi cinque anni 150mila morti e omicidi, più di 8 anni di guerra di Iraq».

Rosemary Nyirumbe ha infine affermato: «Vedo nel muro qualcosa di difficile da sormontare. Da dove vengo viviamo in capanne rotonde e non c’è necessità di proteggersi, gli altri li vogliamo». Ma «la gente muore in Africa. Abbiamo visto grandi nazioni crollare. E nessuno può costruire un muro, se non Dio».

Per vedere l'incontro: https://youtu.be/i_DoeJm9Qu0

mercoledì 23 agosto 2017

Meeting di Rimini - Martedì 22 agosto

Padre Pizzaballa

Incontro da non perdere quello con Padre Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme, chiamato ad approfondire il titolo del Meeting di quest’anno, “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”.

Pizzaballa ha definito la nostra epoca come «il tempo della post-verità», in cui non c’è posto per Dio, così che l’idea di uomo e del mondo sono cambiate radicalmente. Ha poi individuato un cambiamento nella nostra realtà di Chiesa, in un periodo post-cristiano, conseguenza del fatto che non vi è più stata trasmissione della fede nelle famiglie. Per risanare questo cambiamento, che vede protagonista non soltanto l’Europa, ma anche il Medio Oriente, Pizzaballa ha individuato alcuni punti fondamentali. «Il primo è di riappropriarsi della tradizione, con uno spirito cristiano. Ciò che infatti abbiamo ricevuto dai nostri padri nella fede è nulla di meno che la verità sull’uomo e la storia. Per possedere tale eredita è necessario che essa sia compresa e poi comunicata attraverso un linguaggio nuovo». Nel richiamare i numerosi riferimenti biblici che emergono dalle parole del titolo del Meeting, Pizzaballa ne ha sottolineata una fondamentale, che rischia di rimanere oscurata: il “tu”. «Un “tu” che per essere un buon erede deve innanzi tutto divenire adulto nella fede e nella vita sociale». Spostandosi poi sulla parola “eredità”, ha specificato quanto questa nel linguaggio biblico non sia soltanto un passaggio giuridico, bensì un dono stabile, che non può essere perso e di cui il Signore è il solo proprietario. Ma per entrare in contatto con l’eredità il primo passo è la memoria, «non una memoria inquinata, ma la memoria del dono di cui solo Dio è autore, di ciò che ci fa vivere».
Guadagnare l’eredità dei padri significa entrare in possesso dell’unica cosa che è già nostra. E’ però compito di chi eredita accoglierla e personalizzarla. In tal senso il vescovo ha presentato due parabole del Vangelo (quella dei talenti e del tesoro e della perla preziosa), le quali esprimono il significato profondo di possedere e personalizzare: queste, infatti, sottolineano che chi possiede l’eredità ha necessariamente il compito di mettersi in gioco, correndo magari il rischio di perdere tutto. Così facendo, non solo si ricevono gli elogi del padrone, ma si entra a far parte della Sua gioia e quindi della Sua vita.

Secondo Pizzaballa, oggi si rifiuta quello che abbiamo ricevuto, «considerandolo un fardello pesante», op-pure ci si difende «dalle istanze della modernità, richiamandoci nostalgicamente alla tradizione». Contro il «delirio della contemporaneità, che ci vuole genitori di noi stessi, dobbiamo far memoria di una promessa ricevuta e trasmessa dai padri, perché una società dimentica dei padri è una società di orfani, non di figli». Ma che cosa riceviamo da questa “promessa che ci precede”?. Qual è il cuore di questa eredità? Pizzaballa dà una risposta che è la chiave del suo intervento: «Quello che conta è la trasmissione del desiderio da una generazione all’altra. Fare memoria, dunque», ha incalzato, «non per nostalgia ma per risvegliare il desiderio. È il modo con il quale i nostri padri hanno testimoniato che si può vivere con slancio, con soddisfazione». E bisogna trovare i modi per comunicare tale bellezza, «perché l’uomo contemporaneo, inconsapevolmente, sta attendendo tale “buona notizia”, che lo rivela a sè stesso».

I cristiani debbono chiedersi se il loro “fare memoria” attinge al desiderio dei padri, «che può fare di loro i protagonisti della costruzione del Nuovo Mondo a cui appartengono, investendo i talenti che hanno ricevuto in dono, senza sentirsi perduti perché il vecchio mondo si sta esaurendo». Al riguardo, il personaggio esemplare è stato san Benedetto: nel VI secolo, davanti ad un impero in disfacimento, si è ritirato in vita eremitica e ha creato un movimento che ha riplasmato il mondo antico con la sua testimonianza. «Chiunque guardava a san Benedetto e ai suoi monaci», ha sottolineato il vescovo, «vedeva riflesso in loro il desiderio infinito di amore e di bellezza che ogni uomo ha nel cuore, ma che solo l’incontro con dei testimoni sa disseppellire».

Solo un adulto, però, «è capace di ricevere, elaborare e investire. Questa grande operazione di personalizzare l’eredità ricevuta», ha spiegato il vescovo, «passa per i piccoli eventi che accadono nella vita. Spesso si perde tempo in attesa di grandi occasioni, ma la differenza non sta nell’entità dell’evento, quanto nel giocarsi in esso con la consapevolezza che ti stai giocando la vita, senza aver paura di perdere gli affetti, la dignità, il lavoro, la vita». La paura di perdere il “talento” ci fa smarrire il vero tesoro, troppo spesso identificato «in una eredità di valori sublimi, di buona etica; quando invece la nostra eredità è la Pasqua, della quale noi e il mondo abbiamo sete». Ma da cosa si capisce che stiamo vivendo per il tesoro giusto? «Il segno è la gioia, la gioia di chi ha trovato la perla preziosa e allora va e vende tutto».

Monsignor Pizzaballa ha poi fatto riferimento alla sua esperienza di vescovo in Medio Oriente, dove le co-munità cristiane sono ridotte al lumicino e i pochi cristiani rimasti sono sul punto di andarsene anche loro. In questo clima, un giovane cristiano palestinese, che ha studiato in Europa, lo ha colpito per quello che gli ha detto: «Legare la nostra speranza e il nostro futuro a soluzioni politiche o sociali creerà solo frustrazione. Ciò che salverà il cristianesimo sarà il radicamento in Cristo». I cristiani sono chiamati ad evangelizzare e a testimoniare il bello, il buono e il vero che c’è nel Vangelo e nella Tradizione, senza lamentarsi per quello che è stato perduto. «Bisogna essere capaci di un annuncio comprensibile e attraente. Non serve parlare di valori cristiani senza dire che Cristo è ciò che di meglio si può incontrare. Niente muri che separano perché non c’è nulla che non possa essere valorizzato dall’esperienza del Vangelo».

Per vedere il filmato dell'incontro: https://youtu.be/JFRqzp8u2ic

martedì 22 agosto 2017

Meeting di Rimini - Lunedì 21 agosto

Tajani, Vittadini e Letta 

Interessantissimo incontro quello con protagonisti Enrico Letta e Antonio Tajani sul tema del futuro dell'Europa, moderatore Giorgio Vittadini.

«Torno volentieri al Meeting dopo quattro anni», ha esordito Letta, «e trovo consonanza tra il titolo scelto e la responsabilità che oggi ciascuno di noi ha: riguadagnare ciò che i padri dell’Europa ci hanno regalato per farlo rivivere. Dobbiamo capire che cosa sta succedendo, pena il buttar via ciò che abbiamo ereditato». Profondi sono i cambiamenti che nello spazio di una generazione l’Europa ha vissuto e vivrà; in termini di densità demografica e di rapporto con i numeri di Asia, Africa e America. Quale Europa dobbiamo pensare? «Quella che vedranno gli occhi dei nostri figli e nipoti; è questo il criterio che ci permette di continuare a considerare l’Europa al contempo “un insieme unico di valori” e l’unico spazio in cui tutti quegli stessi hanno trovato applicazione». È necessario il protagonismo di tutti i Paesi. Le ultime e attuali vicende di Francia e Germania ci costringono a cogliere la sfida della costruzione: «Se noi non ci saremo, faranno senza di noi». A cosa guardare in questo preciso momento? «Valorizziamo al massimo chi ci rappresenta, attraverso ruoli istituzionali strategici, riproponendo l’Italia quale interlocutore indispensabile per l’unità e la pace». In conclusione Letta rimette al centro il valore e il ruolo dell’educazione: comunicare la certezza che l’italiano porta con sé quelle caratteristiche di adattabilità che tutti cercano.

Sul presente e sul futuro dell'Europa si è concentrato infine Tajani: «L'Europa deve ripartire da tre valori fondanti - la libertà, la centralità della persona e il principio di sussidiarietà - per far fronte alle tre sfide di oggi: il terrorismo, l'immigrazione e il lavoro». Il presidente ha poi aggiunto: «Sicuramente la politica deve dare forti risposte in tal senso: da una parte, serve un maggior coordinamento tra gli Stati per combattere il terrorismo e far fronte all'immigrazione, dall'altra è necessario impegnarsi sempre più seriamente per integrare e per dare un'eredità agli europei di seconda generazione. L'Europa», ha concluso, «deve avere una sua politica industriale, per risolvere il problema del lavoro. Non possiamo indebolire il nostro tessuto industriale, disperdendo le energie in battaglie ormai superate tra nazioni europee: i nostri competitors sono altri».

Per vedere l'incontro: https://youtu.be/2jeZuqiQffU


lunedì 21 agosto 2017

Meeting di Rimini - Domenica 20 agosto

Cristianini, Vato e Pacchioni

Esordio col botto al Meeting di Rimini: il primo incontro di apertura ha visto come protagonista il Premier Gentiloni che ha parlato del titolo della manifestazione, dopo l'introduzione di Emiliana Guarnieri e l'intervento di Giorgio Vittadini.

Sul tema del Meeting 2017 Gentiloni ha indicato quale eredità prendere in considerazione: «Non quella del sovranismo o di chi guarda al passato in termini nostalgici, come a un bene di rifugio. Ciò porta a un individualismo esasperato e a irresponsabilità». Dobbiamo guardare, ha precisato, agli «straordinari punti di forza della nostra identità. Siamo troppo abituati, invece, a frequentare i punti deboli. Abbiamo capacità d’impresa, apertura, cultura: chi meglio di noi è capace di stare in questo mondo che cambia? La crescita è finalmente tornata, frutto delle riforme del governo Renzi e che noi proseguiamo. Non era scontato riuscire a impedire che alcune crisi bancarie mettessero a repentaglio il risparmio». Attenzione, inoltre, Gentiloni ha rivolto al sostegno alla ricerca in ambito universitario: «Nella legge di stabilità individueremo le eccellenze e sulla base di queste offriremo incentivi, a condizione che siano effettuate assunzioni di ricercatori». Altro provvedimento allo studio saranno tasse calmierate a studenti in condizioni economiche disagiate e sostegno all’accesso di stranieri nelle nostre università.

Subito al termine dell'incontro con il Primo Ministro, abbiamo assistito all'incontro dal titolo L'uomo e la macchina, con Gianfranco Pacchioni, pro-rettore alla ricerca dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, e Nello Cristianini, professore di intelligenza artificiale all’Università di Bristol.

Entrambi gli scienziati hanno offerto importanti riflessioni sul rapporto tra uomo e nuove tecnologie, mentre Alessandro Vato, responsabile del laboratorio di Neural Computer Interaction dell’ITT di Rovereto, ha moderato l’incontro.

Per visionare il filmato dell'incontro:  https://youtu.be/eiVCdm5tYwc



venerdì 18 agosto 2017

Ancora poche ore...




Ancora poche ore e avrà inizio la 38° edizione del Meeting di Rimini.

Anche quest'anno peanutsfromitaly seguirà la manifestazione da vicino, ed ogni giorno vi informerà su quanto accaduto al Meeting la giornata precedente.

Per il momento, eccovi alcune cifre che vi faranno capire quanto imponente sia stata la macchina organizzativa.

Programma: Sono 118 gli incontri previsti durante i giorni del Meeting,  17 le esposizioni (sommando le 7 mostre del Meeting e le 10 proposte di “Esperienze e percorsi”, comprese le tre allestite nell’area “Villaggio dei ragazzi”), 14 gli spettacoli, 31 le manifestazioni sportive, sono 327 i relatori che interverranno agli incontri.

Luoghi e spazi occupati: Gli ampi spazi della Fiera di Rimini, trasformati dal lavoro e dalla creatività di migliaia di volontari, ospiteranno le molteplici proposte della manifestazione: anche quest’anno sono 130mila i metri quadrati occupati dal Meeting, distribuiti diversamente rispetto alle precedenti edizioni, dato che la manifestazione 2017 utilizza anche i nuovi spazi coperti di collegamento tra i padiglioni, costruiti dalla Fiera.

Volontari: sono 2.259 le persone che, durante la settimana del Meeting, impegneranno gratuitamente energie, competenze e anche ferie per consentire lo svolgimento della manifestazione e garantirle quel particolare clima che la caratterizza. Provengono da ogni parte d’Italia e anche dall’estero (un centinaio): Russia, Ucraina, Bielorussia, Spagna, Brasile, Canada, Gran Bretagna, Indonesia, Lituania, Madagascar, Olanda, Paraguay, Perù, Polonia e da altri paesi. Il lavoro dei volontari è articolato in 15 dipartimenti; quelli numericamente più consistenti sono il dipartimento Servizi generali (532 persone) e il dipartimento Ristorazione (423 volontari). Per completare il quadro, bisogna ricordare e aggiungere le altre 400 persone (in maggioranza universitari) che, durante il “pre-Meeting” (dal 12 al 19 agosto), hanno lavorato per l’allestimento della Fiera. Sommando i dati, sono 2.659 i “costruttori”, sotto il segno della gratuità, del 38° Meeting.

Bilancio e sponsor: I costi preventivati del Meeting 2017 sono di 5 milioni 490mila euro. Le voci relative alle entrate prevedono, in ordine decrescente: servizi di comunicazione per le aziende (3 milioni 500mila euro), introiti dalla ristorazione (1 milione 135mila), attività commerciali, biglietti delle manifestazioni a pagamento e contributi da privati (legati al fundraising). Sono 3 i main partners del Meeting 2017 - Enel, Intesa Sanpaolo, Wind Tre - 9 gli official partners. Nel complesso, oltre 130 aziende ed enti partecipano, a vario titolo, alla manifestazione e utilizzano il Meeting per la loro comunicazione al grande pubblico.

Ristorazione: Sono 21mila i metri quadrati occupati dalle varie proposte di ristorazione del Meeting, spazio cucine compreso. Valorizzano le tradizioni gastronomiche di qualità di alcune regioni italiane e insieme tengono in attenta considerazione l’esigenza delle famiglie di poter pranzare a prezzi accessibili. A un’articolata linea “Fast food” (piadina e pizza comprese) si aggiungono, quindi, le diverse proposte dei ristoranti tipici: romagnolo (“Azdora”), pugliese (“Corte San Nicola” e “Sagra pugliese”, con le orecchiette, fritti, riso e cozze) ed anche un ristorante vegetariano (“Benessere Orogel”).

Vi aspettiamo tutti al Meeting di Rimini!

domenica 23 luglio 2017

Meeting di Rimini - edizione 2017

Uno dei saloni del Meeting

Manca ormai meno di un mese all'edizione 2017 del Meeting di Rimini dal titolo “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo” che si svolgerà dal 20 al 26 agosto.

Ecco il comunicato stampa degli organizzatori:

Il titolo del prossimo Meeting per l’amicizia fra i popoli tratto dal “Faust” di J.W. Goethe (“Was du ererbt von deinen Vätern hast, erwirb es, um es zu besitzen!”) pone l’accento sul bisogno di riappropriarsi di quello che ci è stato lasciato in eredità. Che cosa abbiamo ereditato? Una somma di valori? Una storia? Delle verità?

Oggi, nell'era della post-verità, del POST-TRUTH, di cosa abbiamo bisogno per vivere? La “cascata d’informazioni”, in cui fatti veri e falsi si diffondono allo stesso modo, fa sì che ciò che è vero non sia più evidente. Ma gli uomini hanno bisogno di verità?

Sembra che non esista nulla di veramente oggettivo, siamo continuamente raggiunti da un flusso di dati, spesso non verificabili per la mole e velocità con cui vengono trasmessi, la cui unica caratteristica è quella della viralità. Si impone il MAINSTREAM, in cui la ripetizione ossessiva di una idea, di un’istanza, determina cosa è vero e giusto da seguire. Abbiamo bisogno di un CRITERIO, che ci consenta di essere liberi, per poter conoscere con adeguata certezza!

In che tipo di mondo, e di società viviamo? Le definizioni non bastano (società multiculturale, mondo globalizzato, era xpuntozero…): stiamo vivendo un vero e proprio cambiamento d’epoca. La sempre maggiore debolezza delle democrazie nel mondo, gli imprevedibili scenari dettati dalla storia recente, cominciano a evidenziare gli effetti della “terza guerra mondiale a pezzi” e il conseguente sconvolgimento dell’ordine mondiale. Non c’è dunque più nulla che valga la pena di essere conservato? Ha ancora senso parlare di TRADIZIONE, di cultura occidentale? Come l’immigrazione e la sfida dell’integrazione ci interpellano? IDENTITÀ e DIALOGO rappresentano un orizzonte possibile? Se il futuro è un destino di integrazione e di pluralità, il tema dell’eredità riguarda solo la cultura occidentale?

Tutto il meglio di ciò che i padri hanno vissuto come può essere giudicato e riguadagnato? 

Quali sono le sfide imposte dalle nuove TECNOLOGIE, e in che direzione esse si svilupperanno mettendo in discussione anche sistemi educativi e formativi? I nuovi algoritmi, ovvero il dna delle piattaforme dei principali motori di ricerca, social network e nuovi media prevedono, parzialmente o totalmente, la SOSTITUZIONE DEL FATTORE UMANO (l’io) con un processo automatizzato. Ci stiamo allora avvicinando ad un mondo dove non viene più riconosciuto, e anzi viene combattuto, l’io, la persona come soggetto di ESPERIENZA?

I GIOVANI oggi cosa, e da chi, ereditano? Da chi imparano? Di quali risorse, non solo economiche, dispongono? Metteremo a tema esperienze di educazione, ma ci interrogheremo anche sul tema del LAVORO, a cui verrà dedicato un innovativo e ampio spazio espositivo e una serie di incontri e appuntamenti con autorevoli personalità.

Nel contesto del prossimo Meeting, anche attraverso spazi e format rinnovati, incontreremo uomini e storie che racconteranno percorsi umani, professionali, scientifici, artistici, imprenditoriali, con al centro il desiderio di COSTRUIRE INSIEME e di affrontare con realismo e coraggio le sfide dell’oggi.

Ciò che desideriamo per il Meeting 2017 è che possa essere, in ogni suo particolare un luogo di dialogo reale dove condividere la ricchezza e la bellezza di cui ognuno è portatore con la sua storia e la sua esperienza, perché si possano intravvedere insieme percorsi possibili di costruzione condivisa, avendo come orizzonte il mondo.

Per seguire il Meeting: https://www.meetingrimini.org/

sabato 24 giugno 2017

Eremi d'Abruzzo - Grotta Sant'Angelo


Iniziamo con questo post una serie di articoli sugli eremi d'Abruzzo.

La fede della popolazione abruzzese ha portato alla creazione di numerosi eremi, e non solo di monasteri e chiese, grazie a un rilassante ambiente, soprattutto in prossimità delle montagne, che permette al fedele di sentirsi un tutt’uno con il proprio mondo interiore.

In Abruzzo, da tempi molto lontani si è andati alla ricerca di luoghi isolati, come grotte e valli intervallate dal paesaggio montano, per trovare conforto nella spiritualità.

Il primo eremo che vi presentiamo è quello di Lama dei Peligni (o Grotta di Sant'Angelo).

La grotta è sita nel territorio comunale di Lama dei Peligni, in provincia di Chieti. La grotta con l'annesso eremo è sita a 1300 m. s.l.m.

Nei pressi vi è anche la grotta con l'eremo di Sant'Agata di Palombaro. La prima notizia indubbia è del 1447 con la numerazione dei fuochi della Valle del Sangro quando viene citata una certa "Margarita concubina priorpis Sancti Angeli de Monte". Alcune delle caratteristiche della grotta fecero in modo che, in epoca Longobarda nascesse l'idea di costruire un monastero di San Michele Arcangelo che fu fatto poi edificare da Roberto da Salle. Nel XIII secolo venne costruito l'eremo di Sant'Angelo.

Due tradizioni narrano della grotta:
  • Nel 1327 l'eremo fu abitato dal beato Roberto da Salle prima fondare il sottostante cenobio, forse il Monastero di Santa Maria della Misericordia a Lama dei Peligni
  • Nel 1656 il notaio Camillis di Lama, per sfuggire alla peste si riparò nella grotta. Nella permanenza nella grotta trovò uno stivale pieno di monete d'oro. Diede così il via a una caccia al tesoro che provocò la distruzione delle poche mura dell'eremo rimaste.
L'ingresso alla grotta è molto impervio e ripido. La piccola cella forse era provvista di una piccola finestra sul lato della valle. Un androne era forse la parte abitata dato che era più pianeggiante. Una scalinata d'accesso scavata nella roccia vi consentiva l'ingresso presso cui è stata realizzata, sempre scavando la roccia, un'acquasantiera. Anticamente l'androne era chiuso sul davanti mediante un grosso muro. Delle altre strutture rimangono una piccola edicola lignea. Nel fondo ed ai lati dell'edicola vi erano dipinti Sant'Angelo, San Benedetto e Pietro da Morrone, dipinti ora scomparsi. 

Una vasca è sita presso un muro in cui veniva convogliata una vena d'acqua mentre in una piccola sorgente nasce del muschio.

giovedì 15 giugno 2017

Zavattarello

Zavattarello

Zavattarello è un comune italiano nella provincia di Pavia in Lombardia. Il piccolo borgo, situato nell'alta val Tidone, in Oltrepò Pavese, fa parte del circuito dei borghi più belli d'Italia ed è dominato dalla mole del castello di Zavattarello. Vive soprattutto di agricoltura (grano, foraggio), allevamento bovino e di turismo (turismo culturale, enogastronomico, residenze estive, agriturismo e turismo panoramico).

Antichissimo feudo dell'Abbazia di San Colombano di Bobbio, dopo la formazione della Contea vescovile di Bobbio, Zavatterello diviene un feudo personale del Vescovo che vi costruisce il castello. Nel 1390 il vescovo di Bobbio cede a Jacopo Dal Verme il castello ed il feudo.

Unito con il Bobbiese al Regno di Sardegna nel 1743, in base al Trattato di Worms, entrò a far parte poi della Provincia di Bobbio. Nel 1801 il territorio è annesso alla Francia napoleonica fino al 1814. Nel 1848 come parte della provincia di Bobbio passò dalla Liguria al Piemonte, nel 1859 entrò a far parte nel circondario di Bobbio della nuova provincia di Pavia e quindi della Lombardia, nel 1923, dopo lo smembramento del circondario di Bobbio, passò alla provincia di Piacenza e quindi all'Emilia-Romagna e poi ritornò nel 1926 alla provincia di Pavia e alla Lombardia.

Nel 1929 il comune di Valverde venne unito a Zavattarello, che prese il nome di Zavattarello Valverde; fu quindi ricostituito nel 1956.

Il castello Dal Verme di Zavattarello

Completamente costruita in pietra, con uno spessore murario medio di circa 4 metri, la rocca è un edificio titanico che, con il ricetto fortificato, le scuderie, gli spalti, la cappella, le sue oltre 40 stanze, costituisce un formidabile complesso architettonico che è oggetto di studio degli architetti militari.

Dalla terrazza e dalla torre si gode un panorama mozzafiato del territorio circostante: le verdi campagne, i freschi boschi, le colline con gli altri castelli della zona - Valverde, Trebecco, Montalto Pavese, Torre degli Alberi, Pietragavina. Una miglior visuale era assicurata, a scopo difensivo, da altre torri d'avvistamento andate perdute.

La rocca sovrasta il borgo antico abbarbicato sulla collina, che una volta era completamente priva di vegetazione per consentire ai difensori del maniero di avvistare ogni malintenzionato. Oggi invece il verde che attornia il castello è un'area protetta, un Parco Locale di Interesse Sovracomunale di circa 79 ettari, di grande rilevanza paesaggistica, geografica, orografica, oltre che storica e ambientale. Il ricetto fortificato era sede di una delle principali scuole di guerra di tutta l'Europa, fondata da Jacopo Dal Verme in quello che poi sarebbe divenuto il cardine dello Stato Vermesco.

Per informazioni: http://www.zavattarello.org/castello_index.html

giovedì 1 giugno 2017

Taormina

Taormina


Taormina è un comune italiano situato nella città metropolitana di Messina, in Sicilia.

È uno dei centri turistici internazionali di maggiore rilievo della regione siciliana, conosciuta per il suo paesaggio naturale, le bellezze marine e i suoi monumenti storici ed è stata un importante meta del Grand Tour. Taormina è stata una delle principali destinazioni turistiche dal XIX secolo in Europa.

Durante il ventesimo secolo la città divenne una colonia di espatriati artisti, scrittori, e intellettuali; ad esempio Albert Stopford, con il suo famoso giardino edoardiano, e D.H. Lawrence. Trent'anni più tardi, da aprile 1950 a settembre 1951, la stessa villa era l'abitazione di Truman Capote, che scrisse del suo soggiorno nel saggio Fontana Vecchia. Inoltre Tennessee Williams, Jean Cocteau e Jean Marais hanno visitato il luogo. Charles Webster Leadbeater; Jiddu Krishnamurti venne ad abitare qui, definendo Taormina come un luogo ideale per sviluppare i suoi talenti. Halldór Laxness, l'autore islandese e vincitore del premio Nobel, ha lavorato qui sul primo romanzo islandese moderno, Vefarinn Mikli FRA Kašmir. Taormina ha ispirato la denominazione di 'Toormina', un sobborgo della città australiana di Coffs Harbour.

Nel 2017, nei giorni 26 e 27 Maggio ha ospitato il vertice internazionale del G7.

Secondo una diffusa leggenda, con l'avvento del Cristianesimo, Pietro apostolo destina a Taormina il vescovo Pancrazio, che già prestava la sua opera di conversione nella regione, costruisce la prima chiesetta sulle pendici di Taormina dedicata a san Pietro, stabilendo la sede del primo vescovato in Sicilia.[senza fonte] Peraltro, l'effettiva esistenza di questo personaggio non risulta da alcun documento storico, a parte le leggende: le prime menzioni risalgono a dopo la fine del dominio mussulmano.

Vescovi "prestantissimi per santità di costumi, zelo e dottrina", scrive Vito Amico, si succedono fino all'età araba. Poche sono le notizie in questo lasso di tempo, che annovera la caduta dell'Impero romano d'Occidente nel 476, l'invasione dei Goti, la presenza dei Bizantini, la conquista araba.

Certo è che Taormina occupa una posizione strategica importante per la tenuta militare del territorio circostante, per 62 anni è l'ultimo lembo di terra dell'Impero romano d'Oriente insieme a Rometta e più volte resiste agli assalti dei saraceni, fino al 906.

Essendo una città turistica internazionale, molte spie inglesi durante il fascismo si erano ben camuffate e uscirono allo scoperto appena entrarono le truppe alleate. Nel dopoguerra Taormina si ingrandì senza alterare le proprie bellezze naturali, e, sino al 1968 era una città turistica prettamente invernale per un turismo ricco ed individuale, tant'è che i migliori alberghi aprivano ad ottobre e chiudevano a giugno. Era frequentata da scrittori di fama come Roger Peyrefitte, Truman Capote, André Gide, D.H. Lawrence, Salvatore Quasimodo, la russa Anna Achmatova, da nobili, come Giuliana d'Olanda, dai reali di Svezia e di Danimarca, dal Presidente della Finlandia Urho Kekkonen, da personaggi illustri e famosi come Soraya, Ava Gardner, Romy Schneider, che fecero amicizia anche con alcuni affascinanti playboy del luogo, nonché Liz Taylor, Richard Burton, Dino Grandi, Willy Brandt, Greta Garbo, che svernavano per mesi negli alberghi taorminesi trascorrendo le giornate, ma soprattutto le notti, nei tipici locali notturni dell'epoca e continuando, così, quella dolce vita iniziata con la Belle Époque.

Centro d'incontro per tutti era il Caffè Concerto "Mocambo" dell'estroso play boy Robertino Fichera. Robertino, con i suoi mitici amici, Chico Scimone e Dino Papale, quest'ultimo fondatore della Women's Tennis Association, commissiona un murale nel salone del suo famoso Caffè, affinché rimanessero "immortali", seduti accanto a Sigmund Freud e Albert Einstein, i veri protagonisti del grande teatrino taorminese, cioè quella umanità "viva", composta da playboy, artisti e "pazzi", che "creava" ogni giorno la "dolce vita" taorminese. "Che la festa inizi" è il titolo del murale. Ma la festa stava per finire, ed anche la vita terrena di Robertino.

Dal 1983, gli eventi più significativi, sono realizzati nell'ambito di Taormina Arte, l'istituzione culturale che cura l'organizzazione della rassegna di musica, teatro e danza. Nella programmazione rientra anche il Taormina Film Fest, il festival del Cinema di Taormina, erede della Rassegna Cinematografica di Messina e Taormina, nata nel 1960, che per un ventennio ospitò il David di Donatello. Nell'ambito del Festival del Cinema sono consegnati, al Teatro antico, i Nastri d'Argento, premi conferiti dai giornalisti cinematografici. Dal 2005, Taormina Arte, organizza, ad ottobre, il Giuseppe Sinopoli Festival, rassegna dedicata al grande direttore d'orchestra, scomparso nel 2001, per anni direttore artistico di Taormina Arte. Nell'ambito di Taormina Arte, a metà giugno, ogni anno al Teatro Greco, si svolge la premiazione del Premio Internazionale di Giornalismo Taormina Media Award W.Goethe.

Per maggiori informazioni: https://www.traveltaormina.com/it/

lunedì 15 maggio 2017

Storia d'Italia: il dominio napoleonico

L'Italia napoleonica


Verso la fine Settecento sulla scena politica italiana si affacciò Napoleone Bonaparte. Questi nel 1796, comandò, come generale, la campagna italiana, al fine di far abbandonare al Regno di Sardegna la Prima coalizione, creata contro lo Stato francese, e per far arretrare gli austriaci. Gli scontri iniziarono il 9 aprile, contro i piemontesi e nel breve volgere di due settimane Vittorio Amedeo III di Savoia fu costretto a firmare l'armistizio. Il 15 maggio poi il generale francese entrò a Milano, venendo accolto come un liberatore. Successivamente respinse le controffensive austriache e continuò ad avanzare, fino ad arrivare in Veneto nel 1797. Qui si verificò anche un episodio di ribellione a causa dell'oppressione francese chiamato Pasque Veronesi, che tenne occupato Napoleone per circa una settimana. Con il diretto intento di danneggiare il pontefice fu proclamata nel 1797 la Repubblica Anconitana con capitale Ancona che fu poi unita alla Repubblica Romana: il tutto ebbe però breve durata, poiché nel 1799 lo Stato Pontificio fu ripristinato.

A ottobre del 1797 venne firmato il Trattato di Campoformio con il quale la Repubblica di Venezia fu annessa allo Stato austriaco. Il trattato riconobbe anche l'esistenza della Repubblica Cisalpina, la quale comprendeva Lombardia, Emilia-Romagna oltre a piccole parti di Toscana e Veneto, mentre il Piemonte venne annesso alla Francia provocando qualche moto di ribellione. Nel 1802 venne poi denominata Repubblica Italiana, con Napoleone Bonaparte, già Primo Console della Francia, in qualità di Presidente.

Il 2 dicembre 1804 Napoleone fu incoronato Imperatore dei francesi. In conformità col nuovo assetto monarchico francese Napoleone divenne anche Re d'Italia, tramutando la Repubblica italiana in Regno d'Italia. Questa decisione lo mise in contrasto con l'Imperatore del neonato Impero austriaco Francesco I che, essendo prima di tutto Imperatore dei Romani, risultava de iure pure Re d'Italia. La situazione si risolse con la guerra contro la Terza coalizione: l'Austria venne sconfitta (2 dicembre 1805) e il trattato di Presburgo (26 dicembre 1805) pose di fatto fine al Sacro Romano Impero che verrà però sciolto solo nel 1807. L'anno successivo Bonaparte riuscì a conquistare il Regno di Napoli affidandolo al fratello e consegnandolo nel 1808 a Gioacchino Murat. Inoltre Napoleone riservò alle sorelle Elisa il Principato di Lucca e Piombino e a Paolina il ducato di Guastalla. Proprio nel 1808 il Regno d'Italia subì un ampliamento con le annessioni di Toscana e Marche.

Nel 1809, Bonaparte occupò Roma, in seguito a contrasti con il papa, che l'aveva scomunicato, e per mantenere in efficienza il proprio Stato, relegandolo prima a Savona e poi in Francia. Nella campagna di Russia, che Napoleone intraprese nel 1812, fu determinante l'appoggio degli abitanti della penisola italiana, ma questa si risolse con una sconfitta e molti italiani trovarono la morte. Dopo la fallimentare campagna di Russia gli altri stati europei si riorganizzarono, coalizzandosi tra loro e sconfiggendo Bonaparte a Lipsia. I suoi stessi alleati, primo tra tutti Murat, lo abbandonarono alleandosi con l'Austria. Ormai abbandonato dagli alleati e sconfitto a Parigi il 6 aprile 1814 Napoleone fu costretto ad abdicare e venne mandato in esilio all'Isola d'Elba. Sfuggito alla sorveglianza riuscì a ritornare in Francia e a riprendere il potere. Guadagnò nuovamente l'appoggio di Murat, il quale tentò di esortare, senza successo, gli italiani a combattere con il Proclama di Rimini. Sconfitto Bonaparte, anche Murat venne vinto e ucciso. I regni creati in Italia scomparvero ed iniziò quindi il periodo storico della Restaurazione.

47 CONTINUA

lunedì 1 maggio 2017

Civita di Bagnoregio


Civita di Bagnoregio

Civita è una frazione del comune di Bagnoregio, in provincia di Viterbo, nel Lazio, facente parte dei borghi più belli d'Italia, famosa per essere denominata "La città che muore".

Si trova nella valle dei calanchi un'area situata tra il lago di Bolsena ad ovest e la valle del Tevere ad est, nel comune di Bagnoregio. È costituita da due valli principali: il Fossato del Rio Torbido e il Fossato del Rio Chiaro. In origine questi luoghi dovevano essere più dolci e accessibili ed erano attraversati da un'antica strada che collegava la valle del Tevere al Lago di Bolsena.

La morfologia di quest'area è stata provocata dall'erosione e dalle frane. Il territorio è costituito da due formazioni distinte per cronologia e tipo. Quella più antica è quella argillosa, di origine marina e costituisce lo strato di base, particolarmente soggetto all'erosione. Gli strati superiori sono invece formati da materiale tufaceo e lavico. La veloce erosione è dovuta all'opera dei torrenti, agli agenti atmosferici, ma anche al disboscamento.

Abitata da sole sette persone (al 2016) e situata in posizione isolata, Civita è raggiungibile solo attraverso un ponte pedonale in cemento armato costruito nel 1965. Il ponte può essere percorso soltanto a piedi, ma recentemente il comune di Bagnoregio, venendo incontro alle esigenze di chi vive o lavora in questo luogo, ha emesso una circolare in cui dichiara che, in determinati orari, residenti e persone autorizzate possono attraversare il ponte a bordo di cicli e motocicli. La causa del suo isolamento è la progressiva erosione della collina e della vallata circostante, che ha dato vita alle tipiche forme dei calanchi e che continua ancora oggi, rischiando di far scomparire la frazione, per questo chiamata anche "la città che muore" o, più raramente, "il paese che muore".

Civita venne fondata 2500 anni fa dagli Etruschi. Sorge su una delle più antiche vie d'Italia, congiungente il Tevere (allora grande via di navigazione dell'Italia Centrale) e il lago di Bolsena.

All'antico abitato di Civita si accedeva mediante cinque porte, mentre oggi la porta detta di Santa Maria o della Cava, ne rappresenta quella principale, inoltre è possibile accedere a Civita dalla valle dei calanchi attraverso una suggestiva galleria scavata nella roccia. La struttura urbanistica dell'intero abitato è di origine etrusca, costituita da cardi e decumani secondo l'uso etrusco e poi romano, mentre l'intero rivestimento architettonico risulta medioevale e rinascimentale. Numerose sono le testimonianze della fase etrusca di Civita, specialmente nella zona detta di San Francesco vecchio; infatti nella rupe sottostante il belvedere di San Francesco vecchio è stata ritrovata una piccola necropoli etrusca. Anche la grotta di San Bonaventura, nella quale si dice che San Francesco risanò il piccolo Giovanni Fidanza, che divenne poi San Bonaventura, è in realtà una tomba a camera etrusca. Gli etruschi fecero di Civita (di cui non conosciamo l'antico nome) una fiorente città, favorita dalla posizione strategica per il commercio, grazie alla vicinanza con le più importanti vie di comunicazione del tempo.

Del periodo etrusco rimangono molte testimonianze: di particolare suggestione è il cosiddetto “Bucaione”, un profondo tunnel che incide la parte più bassa dell'abitato, e che permette l'accesso, direttamente dal paese, alla Valle dei Calanchi. In passato erano inoltre visibili molte tombe a camera, scavate alla base della rupe di Civita e delle altre pareti di tufo limitrofe che purtroppo furono in gran parte fagocitate, nei secoli, dalle innumerevoli frane. Del resto, già gli stessi Etruschi dovettero far fronte ai problemi di sismicità e di instabilità dell'area, che nel 280 a.C. si concretarono in scosse telluriche e smottamenti. All'arrivo dei romani, nel 265 a.C., furono riprese le imponenti opere di canalizzazione delle acque piovane e di contenimento dei torrenti avviate dagli etruschi.

La superficie del territorio di Civita non è molto estesa, ma abbastanza eterogenea. La vegetazione dei calanchi, a causa della loro natura argillosa, è limitata a poche specie, disposte in piccoli e radi gruppi. Anche in primavera, quando la flora è al massimo rigoglio, il terreno rimane per buona parte scoperto. Nella fascia più bassa dei calanchi si trova una zona cespugliosa, costituita da rovi, canne, ginestre, qualche arbusto di olmo e, talvolta, rosa canina. All'interno della valle la vegetazione è costituita da piante arboree, da arbusti e da erbe palustri. La vegetazione delle rupi tufacee dello sperone roccioso sul quale si erge Civita, risulta limitata a poche specie con copertura esigua.

Eventi:

  • Nel periodo natalizio vi si tiene un presepe vivente. Le vicende di Maria e Giuseppe sono ambientate nelle vie medievali.
  • La prima domenica di giugno e la seconda di settembre viene allestito nella piazza principale il secolare Palio della Tonna ("tonda" nel dialetto locale), in cui le contrade di Civita si sfidano a dorso di un asino, sostenuti dal tifo degli abitanti.
  • La prima domenica di giugno la prima festa patronale di Maria SS. Liberatrice.
  • L'ultima settimana di luglio e la prima di agosto si tiene il Tuscia in Jazz Festival con concerti, seminari e jam session. I migliori nomi del jazz mondiale si ritrovano insieme a centinaia di studenti provenienti da tutto il mondo nella splendida cornice di Civita ogni primo sabato di agosto per la Notte in Jazz unica notte in bianco dedicata al jazz in Italia.
  • La seconda domenica di settembre la seconda festa patronale del SS. Crocifisso

lunedì 17 aprile 2017

Castello di Avio

Castello di Avio

Il Castello di Avio, o Castello di Sabbionara, è tra i più noti ed antichi monumenti fortificati del Trentino. È situato nella frazione di Sabbionara d'Avio e grazie al suo imponente mastio domina la Val Lagarina. Il castello è stato donato nel 1977 dalla contessa Emanuela di Castelbarco al Fondo Ambiente Italiano, che lo gestisce e ne cura la manutenzione.

La collina di Sabbionara d'Avio, protetta alle spalle dalla montagna e dominante gli antichi guadi sull'Adige, era naturale che venisse scelta come punto di difesa e vedetta della valle, nonché luogo prestigioso di un potente.

La Vallagarina che il castello domina fu una delle principali vie di comunicazione tra il Mediterraneo e l'Europa settentrionale, la Pianura Padana col mondo germanico. Le stesse arterie moderne non fanno che ripercorrere il medesimo tracciato dell'antica via Claudia Augusta, che attraversa la valle dal 15 a.C.

Le prime fonti storiche che parlano di una fortezza costruita proprio in questo luogo, con il nome Castellum Ava, sono datate 1053. Nel XII secolo i proprietari appartenevano alla famiglia dei Castelbarco, vassalli del vescovo di Trento i quali, nel 1411, lo cedettero per testamento a Veneziani. Dopo questo passaggio di proprietà il Castello di Avio venne ampliato e decorato con una cappella in onore di San Michele insieme ad una facciata riportante gli stemmi dei loro dogi. Nel 1509 il maniero passò in mano alle truppe imperiali di Massimiliano I che, dopo aver fatto dipingere le proprie insegne araldiche, lo ipotecò ai Conti d'Arco. Ulteriori passaggi di mano fanno seguito a questa fase finché, nel XVII secolo, il castello ritornò ai Castelbarco.

Nel 1977 Emanuela Castelbarco, nipote di Arturo Toscanini, donò al FAI il Castello di Avio e la fondazione iniziò subito a intervenire con lavori di restauro e recupero.

Di tutto quello che rimane del Castello di Avio, il mastio, in virtù della sua solida costruzione, è la parte che risulta oggi meglio conservata. Di pianta trapezoidale con due lati retti e paralleli che si uniscono ad altri tre lati disuguali e curvilinei, presenta una struttura particolarmente rara in edifici simili. Una porta arcuata serve da ingresso, oggi raggiungibile tramite una scaletta costruita probabilmente intorno al 1957.

L'intero complesso è diviso in quattro piani, raggiungibili oggigiorno tramite una scala in legno anch'essa di epoca recente. I quattro piani sono illuminati da tre finestre soltanto, disposte tutte nella facciata principale.

Dell'intero castello, la stanza che più desta interesse, grazie ai suoi affreschi, è certamente la cosiddetta "Camera dell'amore". Essa si trova all'ultimo piano del mastio e presenta una pianta di forma circolare ma con ampie irregolarità. La volta è a sesto ribassato con cinque finestrelle strombate.

Gli affreschi che qui si trovano rappresentano un raro esempio di pittura profana del primo trecento. I temi qui raffigurati sono, infatti, perlopiù inerenti ad allegorie d'amore e di vita quotidiana.

In tutto il ciclo pittorico possiamo osservare colori chiari con scelte di tinte pastello, vivacizzati da inserti di rosso chiaro. Così si può trovare un verde ripetuto più volte per le vesti del cavaliere e del gentiluomo, il rosa per le dame e il verde chiaro per architetture dei troni. Ma il colore più presente è il bianco delle varie fasce disegnate che circondano la stanza.

http://www.visitfai.it/castellodiavio/la-tua-visita/orari-di-apertura-e-info-utili


sabato 1 aprile 2017

Torta pasqualina


torta pasqualina


La torta pasqualina è una torta, solitamente salata, tipica della Liguria che viene preparata anche in altre località d'Italia con caratteristiche differenti (talvolta anche in versione dolce). Cotta al forno, è tipica del tempo pasquale.

Si prepara stendendo sfoglie sottilissime di pasta preparata con acqua, farina e olio di oliva (senza lievito). La sfoglia ricavata che servirà per il fondo deve essere più grande del tegame, e, in questa fase della preparazione, deve pendere fuori dal recipiente. Se si vuole si stendono due sfoglie, l'una sull'altra. Indi si versa il ripieno, preparato con bietole (cosiddette erbette), piselli freschi e carciofi (d'obbligo il carciofo spinoso violetto di Albenga) affettati sottilmente e passati in padella con un po' d'olio extravergine d'oliva con code di cipollina nuova, due uova sbattute e mescolate al ripieno, formaggio grattugiato, sale e maggiorana fresca tritata, quindi si copre il tutto con pezzetti di quagliata. Sul ripieno steso sulla sfoglia si praticano, con l'aiuto di un cucchiaio, alcuni incavi nei quali vengono fatte cadere alcune uova intere; diventeranno sode con la cottura della torta. Su ogni uovo si può mettere un po' di sale e pepe.

Sopra a tutto ciò si adagiano le sfoglie di copertura, almeno due, sottilissime; tra l'una e l'altra, unte per evitare che si attacchino tra loro, si soffia con l'aiuto di una cannuccia, in maniera da creare all'interno una camera d'aria. Quindi si rimboccano sul bordo del tegame insieme a quella inferiore, creando una festonatura decorativa. Si cuoce nel forno. La torta a fine cottura avrà un gradevole aspetto di pienezza. Per controllare la cottura delle sfoglie la casalinga lasciava un pezzo della pasta fuori dalla festonatura, chiamato oêgin (orecchietta).

La tradizionale torta pasqualina è tipica del periodo pasquale, cioè della primavera e dei suoi prodotti: uova, erbette, carciofi, piselli, cipolline nuove, maggiorana, un tempo presenti in ogni orto ligure. Rappresenta il clou del pranzo pasquale e in passato era l'apoteosi dell'abilità delle casalinghe, che leggendariamente si narra riuscissero a sovrapporre sino a trentatré sfoglie in omaggio agli anni di Cristo.

Una variante per altri periodi prevede l'uso delle bietole o di altra verdura al posto dei carciofi.

L'esistenza della torta pasqualina genovese è documentata dal XVI secolo, quando il letterato Ortensio Lando la cita nel Catalogo delli inventori delle cose che si mangiano et si bevano. Allora era nota come gattafura, perché le gatte volentieri le furano et vaghe ne sono, ma anche lo stesso scrittore ne era ghiotto tanto da scrivere: "A me piacquero più che all'orso il miele".

Nei secoli scorsi uova e formaggio, ingredienti essenziali della pasqualina, erano alimenti che si consumavano solo nelle grandi ricorrenze.

A Ventimiglia si usano nel ripieno erbe selvatiche (caccialepre, ortica, allattalepre, songino), al posto delle bietole e della borragine.

La torta pasqualina va abbinata con vino bianco giovane, profumato, secco ma morbido e sapido, come il Vermentino, servito a 10 °C.

domenica 19 marzo 2017

Castelfranco Veneto

Castelfranco Veneto
Castelfranco Veneto è un comune italiano della provincia di Treviso in Veneto.

Situato in posizione centrale fra i capoluoghi veneti di Treviso, Padova e Vicenza, è una città murata con un castello medievale in ottimo stato di conservazione.

Città natale del Giorgione, ne conserva l'antica dimora, Casa Giorgione, e, in una cappella del Duomo, la famosa Pala di Castelfranco.

L'insediamento murario di Castelfranco fu fondato tra il 1195 ed il 1199 quando il Comune di Treviso, da poco formatosi, sentì la necessità di presidiare il confine con le rivali Padova e Vicenza, in un'area dove il fiume Muson rappresentava l'unica effimera demarcazione naturale. Il luogo prescelto era posto in una posizione strategica: un terrapieno preesistente sulla sponda orientale del corso d'acqua, prossimo alla confluenza tra le vie Postumia e Aurelia e in posizione centrale tra i fortilizi signorili di Castello di Godego e Treville e vescovili di Salvatronda, Riese e Resana.

L'elemento che più caratterizza Castelfranco è il castello, che ne racchiude il centro storico. Difeso da mura molto alte, di mattoni rossi, comprende sei torri, quattro delle quali sui vertici della base quadrata di 232 metri di lato, una sulla mediana sud (verso Padova), trasformata in campanile del duomo, l'altra sulla mediana ad est (verso Treviso). Da un disegno antico conservato presso la biblioteca comunale si notano in totale sette torri. L'ultima, abbattuta, era posta sulla mediana ovest (verso Cittadella).

I lavori furono diretti dal conte Schenella di Collalto, che v'impiegò circa cinquecento maestri muratori e mille «guastatori» (manovali). In un decennio la costruzione poteva dirsi completa: attorno alle mura del castello fu scavato un fossato nel quale vennero deviate le acque di due immissari (acque di risorgiva) del Muson: l'Avenale ed il Musonello.

Eretto il castello, il Comune di Treviso vi mandò una colonia di cento famiglie di uomini liberi, alle quali furono concessi poderi e case esenti da imposte e gravami, da cui il toponimo Castelfrancho: castello, per l'appunto, "libero" dalle imposte. Ne derivò la peculiare composizione della popolazione castellana, la cui gran maggioranza non era formata da soldati, ma da liberi cittadini. Gli spazi interni, tuttavia, non furono organizzati secondo un tipico impianto urbano: non esisteva una vera e propria piazza e gli edifici più importanti si distribuivano lungo la strada principale se non addirittura arretrati, come nel caso della chiesa (allora subordinata alla più antica Pieve Nuova, nell'attuale Borgo Pieve), l'ufficio contabile e l'infermeria.

Il castello era governato da due consoli, in carica per sei mesi. Oltre ai normali compiti amministrativi, dovevano gestire la giustizia in nome del podestà di Treviso. Ciascun console (stipendiato 100 lire per l'intero periodo) doveva rispondere del proprio operato al compagno e agire contro di lui se violava la legge.

Nel 1329 Castelfranco passò a Cangrande della Scala, signore di Verona.

Nel secondo fine settimana del mese di settembre si svolge il palio e la Festa dei borghi, che ricorda la costruzione del castello avvenuta nel 1195. La manifestazione si svolge in costumi d'epoca (XI e XIV secolo). Il palio, disputato dentro le mura del castello, viene assegnato alla squadra che, per prima, fa arrivare il vessillo alla preposta damigella, superando un percorso pieno d'ostacoli.

Durante i primi quindici giorni di dicembre si tiene la festa e fiera con mostra del Radicchio Variegato di Castelfranco. In quest'occasione trattorie e ristoranti propongono menù a tema ed è premiata la miglior produzione di radicchio.

Per informazioni sugli eventi cliccare qui!

sabato 25 febbraio 2017

Castello di Sammezzano

Castello di Sammezzano


Il castello di Sammezzano, circondato da un ampio parco, si trova nell'omonima località nei pressi di Leccio, nel comune di Reggello in provincia di Firenze. Il Castello e il suo parco sono i vincitori dell’ottava edizione del censimento «I Luoghi del cuore 2017», l’iniziativa promosso dal Fai, il Fondo per l’Ambiente Italiano, per la valorizzazione e il recupero del patrimonio storico e culturale italiano.

L'edificio principale è una costruzione eclettica in stile moresco ed è stata edificata nel 1605 per volere della famiglia Ximenes D'Aragona. La storia del luogo è però più antica e viene fatta risalire all'epoca romana. Lo storico Robert Davidsohn, nella sua Storia di Firenze, afferma che nel 780 potrebbe esserci passato Carlo Magno di ritorno da Roma, dove aveva fatto battezzare il figlio dal Papa.

La tenuta di cui fa parte il castello appartenne nei secoli a diverse importanti famiglie: gli Altoviti, poi, per volere del Duca Cosimo, a Giovanni Jacopo de' Medici, che infine la vendette a Sebastiano Ximenes. Tali beni restarono alla famiglia Ximenes d'Aragona fino all'ultimo erede, Ferdinando, che morì nel 1816.

In un cabreo redatto dall'ingegnere Giuseppe Faldi nel 1818 il castello appare come una struttura di consistente volumetria, con bastione e scalinata d'entrata, nella parte opposta a quella delle attuali scale di accesso e di cui oggi non c'è più traccia. Poi, in seguito ad un lungo processo relativo al testamento di Ferdinando Ximenes, i beni, il nome, lo stemma ed i titoli della famiglia Ximenes d'Aragona, nonché la vasta tenuta di Sammezzano passarono al primogenito di Vittoria, sorella di Ferdinando, e moglie di Niccolò Panciatichi.

Il parco, tra i più vasti della Toscana, venne fatto costruire a metà dell'Ottocento da Ferdinando Panciatichi, sfruttando terreni agricoli attorno alla sua proprietà e una ragnaia di lecci. Vi fece piantare una grande quantità di specie arboree esotiche, come sequoie e altre resinose americane, mentre l'arredamento architettonico fu realizzato con elementi in stile moresco quali un ponte, una grotta artificiale (con statua di Venere), vasche, fontane e altre creazioni decorative in cotto.

Il castello ed il suo parco storico costituiscono un “unicum” di notevole valore storico-architettonico e ambientale. Il parco vi contribuisce considerevolmente con un patrimonio botanico inestimabile formato non solo dalle specie arboree introdotte ma anche da quelle indigene. Solo una piccola parte delle piante ottocentesche è giunta ai giorni nostri: già nel 1890 delle 134 specie botaniche diverse piantate alcuni decenni prima, ne erano sopravvissute solo 37. Solo recentemente si è iniziato a rimettere in dimora alcune delle essenze andate perdute in un progetto di restauro che valorizzi la ricchezza botanica originale: sono presenti oggi esemplari di araucaria, tuja, tasso, cipresso, pino, abete, palma, yucca, querce, aceri, cedro dell'Atlante, cedro del Libano, bagolaro, frassino, ginepro, acacia, tiglio e numerose piante di interesse floriculturale. Nel parco si trova il più numeroso gruppo di sequoie giganti in Italia, con ben 57 esemplari adulti, tutti oltre i 35 metri; fra queste la cosiddetta "sequoia gemella", alta più di 50 metri e con uno circonferenza di 8,4 metri, che fa parte della ristretta cerchia dei 150 alberi di "eccezionale valore ambientale o monumentale".

Per informazioni: http://www.sammezzano.org/eventi/le-visite/